Cosa avviene nel cervello quando memorizziamo qualcosa?

Una ricerca del Max Planck Institute conferma nuovamente che i neuroni della memoria funzionano in modo più efficiente quando si accendono in sincronia e questo avviene quando sono preponderanti le onde teta, che "si sprigionano" nel nostro cervello quando siamo calmi e rilassati, durante i sogni a occhi aperti o in fase di dormiveglia.

Come è possibile che oggetti e avvenimenti "entrino" nel nostro cervello? E cosa succede nel nostro cervello quando memorizziamo qualcosa?

Innanzitutto sgomberiamo il campo dalla "metafora del cassetto" o del "computer". Memorizzare qualcosa non significa prendere l'avvenimento e conservarlo in un cassetto, per poi recuperarlo aprendo quel cassetto quando ci serve quell'informazione. I ricordi non sono file che contengono la registrazione di quello che è avvenuto.


Ricordare significa ricostruire, cioè riassemblare le componenti percettive del ricordo (suoni, odori, sensazioni fisiche ed emotive che ho provato, pensieri...). Ecco perché ogni volta che ricordiamo qualcosa il ricordo si modifica, ed ecco perché può capitare di deformare il ricordo, aggiugere qualcosa che non c'era o cancellarne alcune parti.

Questo spiega come avviene il quarto processo della memoria (gli altri 3 sono codificazione, consolidazione e conservazione). Ma come entra il ricordo nel nostro cervello? Attraverso la percezione, sia di tipo consapevole che inconscia (percepiamo molte più cose di quelle che siamo coscienti di percepire). Le diverse componenti che percepiamo vengono trasferite nelle cosiddette "memorie tampone" che si trovano nei settori del cervello deputate a elaborare quel tipo di informazioni (l'informazione visiva nella corteccia visiva, l'informazione emotiva nel lobo limbico etc.).

Il punto centrale di questo processo è dato dalla sincronizzazione. In altre parole, siamo in grado di riassemblare questi frammenti in un'unica cosa che chiamiamo ricordo perché questi stimoli hanno eccitato i nostri neuroni nello stesso momento. Immaginiamo il nostro cervello come una fitta rete di collegamenti tra cellule. Se fotografiamo un istante della vita del nostro cervello, vedremo che quai e là in questa rete si illuminano dei puntini. Sono i neuroni che si sono attivati. Ogni volta che memorizziamo qualcosa in pratica si costruisce una rete di puntini luminosi che poi si riaccenderà contemporaneamente quando andremo a recuperare il ricordo.

Per chi è interessato alla spiegazione più tecnica di questo processo
Gli studi del premio Nobel Eric Kandel sull’Aplysia hanno dimostrato che ciò avviene grazie al glutammato e ai recettori NMDA (N-Metil-D-Aspartato), una particolare classe di recettori postsinaptici che reagiscono all’arrivo del glutammato solo quando la cellula che li racchiude ha appena scaricato. Quando simultaneamente avviene la depolarizzazione della membrana post-sinaptica e l’attivazione di recettori NMDA nel neurone post-sinaptico entrano gli ioni calcio. L’aumento di calcio nel neurone post-sinaptico rende la membrana post-sinaptica più sensibile al neurotrasmettitore glutammato e fa generare un potenziale d’azione più ampio. In altre parole, l’NMDA si accende nel momento in cui il neurone è in funzione. Ciò consente a tali recettori di formare associazioni tra gli stimoli e di “ricordare” quali neuroni si sono attivati contemporaneamente. La Sensibilizzazione a Breve Termine è una "variazione funzionale" nella quale la sinapsi è rafforzata per mezzo di un accresciuto rilascio di glutammato, ma non coinvolge il nucleo della cellula neuronale. In altre parole, nella Memoria a Breve Termine cambia la qualità dello scambio elettrochimico. Quando consolidiamo il ricordo nella Memoria a Lungo Termine, invece, avviene una modificazione genetica grazie ai fattori di trascrizione.

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