Il trauma del soccorritore. Militari, guerra e psicologia

I Militari e le Forze di Polizia finora coinvolti in guerre, missioni umanitarie e interventi sui profughi sono tantissimi.

Migliaia di uomini e donne che hanno sviluppato o rischiano di sviluppare un disturbo da stress post-traumatico. Rischiano, cioè, di riportare gravi ferite psicologiche a causa dell'esposizione ad eventi fortemente stressanti.

Non molti sanno che - oltre alla guerra in Libia, quella in Costa d'Avorio e i tumulti in Siria, in Egitto e in Tunisia - l'esercito italiano è attualmente coinvolto in numerose missioni estere, alcune delle quali durano dal 1999 e addirittura dal 1947:
   Missioni con i Reparti
Iraq - NATO Training Mission (NMT-I) (2004 - in corso)
Ciad - European Union Force Operazione "Nicole" (2007 - in corso)
Kosovo (1999 - in corso)
Afghanistan (2003 - in corso)
Bosnia-Erzegovina (2004 - in corso)
Libano (2006 - in corso)
   Missioni di Osservazione
India e Pakistan (1949 - in corso)
Siria, Israele, Libano, Egitto (1958 - in corso)
Sahara occidentale (1991 - in corso)
Kosovo (1999 - in corso)
Etiopia - Eritrea (2000 - in corso)
Kosovo (1998 - in corso)
Ex Jugoslavia (1991 - in corso)
Sudan (2002 - in corso)
Senegal (2004 - in corso)

La lista dei conflitti in corso non si limita solo a questi paesi. Il numero di militari e civili deceduti in questi conflitti è impressionante. Ma gli effetti devastanti di una guerra non si misurano solo dal numero di morti e dai danni all'economia o alle infrastrutture. Ci sono 3 categorie che non vengono quasi mai prese in considerazione:
  • le famiglie dei militari uccisi
  • i militari sopravvissuti alla guerra
  • i militari coinvolti indirettamente nei conflitti
A Lampedusa, ad esempio, Forze di Polizia e Militari si occupano dei profughi di guerra, facendosi carico delle sofferenze e dei traumi vissuti da quanti sono fuggiti dalla guerra. In questo caso di traumatizzazione vicaria. Non dimentichiamo, poi, che un militare morto in guerra non è solo un numero da aggiungere alla lista dei caduti ma è un padre e un marito che non torna a casa, una madre che non rivedrà più i propri figli, genitori che piangono il proprio figlio, amici che si ritrovano con un vuoto. Il lutto improvviso frequentemente è causa di un disturbo post-traumatico e di depressione.

Le ricerche sul trauma psicologico dei veterani di guerra e del lutto traumatico sono ormai moltissime. Ciò nonostante, lo Stato e i media spesso non si occupano adeguatamente della sofferenza queste migliaia di persone traumatizzate. Il problema viene spesso ignorato o sminuito, e si confida (erroneamente) che il tempo possa guarire le ferite psicologiche in modo spontaneo.

Gli studi di psicologia, al contrario, ci dicono che chi ha vissuto un trauma anche se non riporta immediatamente dei sintomi di disagio può sviluppare un disturbo psicologico a distanza di anni. Il trauma, inoltre, indebolisce la struttura psichica (tecnicamente si parla di "fattore di vulnerabilità" o di "kindling"), per cui anche ci è resiliente al primo evento traumatico sarà più facilmente colpito da un successivo evento anche di lieve entità.

Tre ricerche recenti mettono in luce quanto sia urgente, invece, intervenire in modo professionale ed efficace per consentire alla memoria traumatica di essere reinserita nella narrazione personale della persona.
  • Oltre 300.000 militari tornati dal servizio in Iraq e Afghanistan presentano indici di Disturbo da stress post-traumatico (PTSD) o di altri problemi psichiatrici. Le conseguenze più frequenti sono state: Disturbo da stress post-traumatico, Depressione, abuso di alcool, divorzi e problemi coniugali, problemi lavorativi e legali, danni alla salute fisica. In questo studio viene mostrato che non solo il personale militare ma anche i membri della famiglia hanno gravi problemi psicologici e sociali (Zeber, John E.; Noel, Polly H.; Pugh, Mary Jo; Copeland, Laurel A.; Parchman, Michael L., Family perceptions of post-deployment healthcare needs of Iraq/Afghanistan military personnel, "Mental Health in Family Medicine", 2010, Vol. 7 Issue 3, p135-143).
  • Come abbiamo visto, i militari italiani sono coinvolti in numerose Missioni di Osservazione. Il fatto di non prendere parte direttamente ai combattimenti, però, non protegge i militari dalla possibilità di sviluppare gravi conseguenze psicologiche: in questa ricerca è risultato che su 5.367 militari della US Air Force Qatar il 4.1% aveva sintomi di PTSD e il 9.9% sintomi di Depressione maggiore. L'essere presenti nello scenario di guerra può quindi generare grafi ferite psicologiche indipendentemente dal diretto coinvolgimento. (Peterson, Alan L.; Wong, Vanessa; Haynes, Margaret F.; Bush, Anneke C.; Schillerstrom, Jason E., Documented combat-related mental health problems in military noncombatants, "Journal of Traumatic Stress", Dec2010, Vol. 23 Issue 6, p674-681).
  • L'ICD (dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) a differenza del DSM-IV include tra i possibili esiti dei disturbi dello spettro post-traumatico anche il suicidio. Questa ricerca ha coinvolto un campione di 431 veterani della guerra in Iraq e Afghanistan. Il 13% di essi è stato classificato come a rischio elevato di suicidio. Com'è noto, i soggetti sposati e coloro che possono contare su una buona rete sociale hanno meno probabilità di tentare/attuare il suicidio e e mostrano un livello più alto di soddisfazione rispetto ai single e a chi ha poche relazioni o relazioni poco significative. Tuttavia, questo studio dimostra che la presenza di PTSD può diminuire sensibilmente l'influenza protettiva delle reti sociali. (Jakupcak, Matthew; Vannoy, Steven; Imel, Zac; Cook, Jessica W.; Fontana, Alan; Rosenheck, Robert; McFall, Miles, Does PTSD moderate the relationship between social support and suicide risk in Iraq and Afghanistan War Veterans seeking mental health treatment?, "Depression & Anxiety" (1091-4269), Nov2010, Vol. 27 Issue 11, p1001-1005)
Quanti hanno vissuto in modo diretto o indiretto il trauma della guerra, sia come militari che come soccorritori o familiari di persone traumatizzate, hanno necessità di guarire le ferite della memoria. Non si può attendere che il tempo le cicatrizzi, perché una ferita così profonda rimane aperta se non si interviene in modo professionale. 

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