La tua personalità dalla scrittura: grafologia e psicodiagnosi

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Se un grafologo analizza la vostra scrittura, che cosa può dire della vostra personalità? Sembra una domanda piuttosto banale, ma la risposta non è semplice.

Ad oggi la grafologia non ha prodotto una sua teoria della personalità originale. In un precedente articolo abbiamo visto che esistono molteplici modelli di personalità, che utilizzano diversi costrutti (cioè concetti descritti in modo univoco e in modo che siano chiare le regole attraverso le quali osservarli e misurarli). C’è chi sottolinea l’aspetto cognitivo, chi quello affettivo o neurobiologico o relazionale. Tutti modi per poter descrivere la persona e la sua unicità.

La grafologia non ha una propria teoria della personalità

La grafologia non ha mai sviluppato un vero e proprio modello di personalità, eppure la finalità dell’analisi della scrittura è proprio quella di descrivere la personalità del soggetto. In che modo? Generalmente i casi sono 3:
  1. la diagnosi di personalità viene fatta usando i concetti dei capiscuola della grafologia (Crepieux-Jamin, Klages, Moretti, Marchesan...) che però, non essendo psicologi, hanno utilizzato spesso dei costrutti impropri (molto spesso vengono utilizzati concetti moralistici invece che psicologici), datati (sono comunque personaggi di fine '800 - inizi ‘900), poco sistematici e non validati scientificamente;
  2. oppure: si interpretano i segni utilizzando la “psicologia da parrucchiera”, quel miscuglio di luoghi comuni, buonsenso e pseudoscienza che caratterizzano le conversazioni sotto il casco per la permanente o nelle sale d’aspetto;
  3. oppure: i segni grafologici vengono spiegati in base ad una teoria di personalità esistente (ad esempio la psicoanalisi di Freud, la teoria di Jung o di Adler, la teoria dei tratti di Allport, la Teoria dell’attaccamento di Bowlby, l’Analisi Transazionale, la Gestalt etc.). Più spesso vengono presi i costrutti di una teoria e vengono accostati a quelle di un’altra formando un patchwork disintegrato.
La terza soluzione ha il vantaggio di utilizzare dimensioni psicologiche che hanno costrutti verificati, una teoria motivazionale e un modello psicodinamico coerenti.

Il problema però è costituito dal collegamento tra la teoria psicologica e la semeiotica grafologica. In altre parole: da una parte abbiamo il segno “Ascendente”, dall’altro abbiamo il costrutto di “Sensation seeking” di Zuckermann. Ma chi dice che se ho la grafia “Ascendente” sono un “Sensation seekers”?

Moretti, Palaferri e Conficoni

Alcuni autori contemporanei (Moretti, 1962; 1974; Conficoni, 1996; Palaferri, 1999) hanno tentato di individuare una struttura dimensionale della personalità a partire dalle categorie grafologiche. E mi sembra un procedimento intelligente. Sfortunatamente, però, questi autori non sono psicologi per cui non hanno utilizzato una metodologia scientifica. I costrutti individuati sono confusi e non operazionalizzabili (manca, cioè, una descrizioni univoca che permetta di capire cos’è e come si può misurare il costrutto).

Già Moretti aveva effettuato una bipartizione dei segni grafologici in “estrovertivi” e “introvertivi”, le due dimensioni jungiane che abbiamo già incontrato in Eysenck, nel Big Five e nell’ITAPI. Per Moretti queste corrispondono all’Altruismo (curvilineità) e all’Egoismo (angolosità).

Una proposta interessante è quella che troviamo in “I tratti della personalità(Conficoni, 1996) in cui vengono indicati i segni grafologici delle seguenti dimensioni:
  1. Impulsività: emotività, primarietà, pluralità di stimoli, irritabilità, suscettibilità
  2. Riflessione: attenzione, analisi, capacità di controllo, secondarietà, ponderazione, equilibrio
  3. Timidezza: inibizione, timore, disagio, insicurezza, tensione, chiusura
  4. Dominanza: energia (aggressività, fiducia in sé, tenacia, intraprendenza), autonomia, spontaneità
  5. Adattabilità: apertura mentale, duttilità, equilibrio emotivo, percezione pronta, valutazione serena, sicurezza, determinazione, socievolezza
  6. Socievolezza: disinvoltura e sicurezza di sé, indipendenza, capacità di iniziativa sociale
Il grafologo, cioè, sarebbe in grado di descrivere la personalità in base a queste dimensioni. I costrutti, tuttavia, sono presentati in modo confusionario e, contrariamente all’EPQ, al BFQ e all’ITAPI, non sono validati da un’analisi fattoriale o da studi neurobiologici.

La confusione aumenta quando nello stesso libro vengono proposti come tratti di personalità l’Attenzione, l’Apprendimento, l’Associazione, la Memoria, la Comunicazione e l’Autorealizzazione, confondendo quindi le dimensioni di personalità con i processi cognitivi superiori (attenzione, associazione, memoria) e con i bisogni (autorealizzazione). Lo stesso discorso vale per il tentativo di dare i "segni" dei 3 Stati dell'Io dell'Analisi Transazionale (Bambino, Adulto Genitore) confondendo i processi interpersonali con strutture caratteriali. Infine, i segni grafologici vengono attribuiti alle diverse dimensioni in modo arbitrario.

Deragna e Tarantino

Più valida sembra la proposta di Palaferri (1999) rivisitata e precisata da Deragna (2002). Gli Autori propongono una descrizione della personalità basata sulle “categorie orientative dell’analisi”, cioè le macrocategorie entro le quali è possibile collocare le diverse modalità con cui viene effettuata la scrittura: nell’Accuratezza grafica si individua l’organizzazione e metodo, nella Curvilineità l’inerzia – agonismo – antagonismo, in base alla Pressione l’energia – vitalità, nel Calibro l’espansione – retrazione, nella Tenuta del rigo la tenuta – superamento – cedimento, nelle Aste letterali l’intransigenza – remissività – scontrosità, nella Leggibilità la chiarezza di pensiero e comportamentale e nel rapporto della Triplice larghezza la comprensione – giudizio – critica.

Anche in questo caso vengono presi in considerazione sia tratti di personalità come la “energia” o la “scontrosità” che processi cognitivi (“comprensione”). È presente anche la categoria “i Tic della scrittura (ricci)” che però, chiaramente, non costituisce una dimensione o fattore di personalità.

Un’altra interessante proposta sulla quale si può sviluppare una teoria della personalità è quella di Vincenzo Tarantino che suddivide i segni grafologici secondo le qualità del movimento (Precisione, Velocità, Intensità, Ampiezza, Costanza, Ritmo).

La terza via: la scrittura come movimento

A questo punto, si potrebbe concludere che le scelte sono 2: o si effettua una descrizione della personalità a partire dalle categorie empiriche (ma non valide né attendibili) proposte dai grafologi o si tenta di “forzare” i segni grafici all’interno dei 3 fattori di Eysenck, i 5 fattori del Big Five o qualsiasi altra teoria della personalità accreditata. Quanti hanno provato questo secondo metodo hanno fallito e ciò risulta da numerosi studi correlazionali tra grafia e BFQ o EPQ (Dazzi C. and Pedrabissi  L., (2006), La grafologia è una scienza? in "Psicologia contemporanea", 197: 52-58; Urbani P. (2004), Processo alla grafologia, Edizioni Dedalo).

In realtà esiste una terza possibilità: il modo più corretto di impostare il problema, secondo me, consiste nel considerare la scrittura per quello che è, cioè un movimento. Come qualsiasi altro movimento (la mimica facciale, la prossemica, la deambulazione etc.), la scrittura è espressiva, cioè rivela l’individualità del soggetto. A questo punto però bisogna chiedersi: quali caratteristiche del soggetto rivela questo movimento? E secondo quali regole si può stabilire che quel tipo di movimento esprime quel particolare tratto di personalità?

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