Yara, Sarah, Melania Rea, Elisa Claps, le gemelline svizzere... com'è andata a finire?

Penso siano poche in Italia le persone che non conosco i nomi di Yara Gambirasio, Sarah Scazzi, zio Michele, Melania Rea, Salvatore Parolisi, Elisa Claps, Matthias Schepp...
Località come Cogne, Avetrana, il bosco delle Casermette ci sono diventati familiari, anche se probabilmente non li avevamo mai sentiti nominare.

Come psicologo, mi colpisce un aspetto poco sottolineato: perché le persone si appassionano così tanto a queste vicende? È solo "sciacallaggio mediatico", "voyeurismo televisivo" o "gossip macabro" oppure è in atto una dinamica psicologica più profonda? Non c'è una risposta semplice - non c'è mai una risposta semplice quando si parla di comportamenti umani - ma credo che l'interesse per i fatti di cronaca nera si possa capire
meglio se lo si legge in una prospettiva narrativa.

Fin da bambini ci piace ascoltare le storie. Provate ad ascoltare i vostri bambini mentre giocano: la maggior parte delle volte si stanno raccontando una storia:
"Facciamo che io ero la principessa e che un drago mi rinchiudeva nella torre e che poi tu eri il principe e mi venivi a salvare...".
I bambini si raccontano delle storie anche quando fanno giochi solitari. Quando la mamma o il papà gli legge la favola della buonanotte, il bambino pretende che venga raccontata ogni volta nello stesso ordine e con le stesse parole. Molti genitori non capiscono perché il bambino voglia ascoltare ogni sera la stessa favola o perché guardi il dvd dello stesso cartone animato fino a consumarlo.
Eppure il motivo è semplice: nel sentire una storia il bambino rivive
  • il piacere di ripercorrere la sequenza di eventi;
  • il senso di sicurezza (viene confermato che la storia finisce sempre allo stesso modo e, quindi, che il mondo è un luogo prevedibile e sicuro);
  • il piacere di sapere "come va a finire".
Anche se sa già il finale, mentre è immerso nella narrazione il bambino opera una "sospensione della memoria a lungo termine" proprio per poter sperimentare di nuovo il gusto di sapere come va a finire. Va precisato, comunque, che l'ippocampo (la porzione di cervello che colloca i nostri ricordi nelle coordinate spazio-temporali) matura intorno ai 2-3 anni di età, per cui finché è molto piccolo il bambino può effettivamente non sapere come la storia va a finire e stupirsi ogni volta come fosse la prima volta (un po' come accade nel divertente film "50 volte il primo bacio"). Allo stesso modo è noto che il bambino opera la cosiddetta "sospensione di credulità" per poter accettare che "il bosco narrativo" è popolato di maghi, folletti, fate, streghe, draghi e altri personaggi che sa benissimo non esistere nel mondo reale.

Non è una "cosa da bambini". Queste stesse dinamiche permangono anche in età adulta. Pensiamo ad esempio ai romanzi di Asimov o al film record di incassi "Avatar", pensiamo ai milioni di fan di Tolkien e degli appassionati del ciclo di "Dune". Anche noi adulti ricorriamo alla sospensione della credulità per poter godere della narrazione. In alcuni casi lo facciamo anche nella vita quotidiana, quando releghiamo in un angolo della nostra mente i difetti e le incompatibilità del/della partner per poter vivere il piacere di avere accanto l'uomo/la donna ideale (ma questa è un'altra storia...).

Come avrete già intuito, la passione per il gossip e i fatti di cronaca nera affonda le radici in questa dimensione narrativa. Leggere un romanzo, guardare un film, seguire i reality ("naufraghi", Amici, "abitanti della Casa", tronisti...), ascoltare i nostri amici che ci aggiornano sugli ultimi pettegolezzi relativi a qualche persona che conosciamo... questi comportamenti vengono messi in atto perché abbiamo piacere nella narrazione. Perché il nostro "Io" - sia individuale che sociale - è narrativo.

Se le vicende di Michele Misseri e della povera Melania Rea ci appassionano tanto è perché vogliamo sapere "come va a finire". E perché, anche in queste vicende tragiche, il finale ci confermi che il mondo resta un posto sicuro e prevedibile.