Handwriting is brainwriting? Cosa può dire la grafologia del vostro cervello

Francesco-Rende-Grafologo
Ho trovato nel web un articolo intitolato “13 buoni motivi per sostenere la plausibilità della grafologia”.

L'Autore, il grafologo Francesco Rende, mi ha consentito di commentare il suo post qui su PxT. Penso sia un'ottima occasione per discutere di alcuni aspetti controversi della grafologia e di aprire un confronto con tutti i lettori (primi fra tutti i colleghi psicologi e i grafologi). Come scrive l'Autore, si tratta di argomenti per sostenere la plausibilità della grafologia e non la sua validità.
  • Con il termine “grafologia” mi riferirò esclusivamente alla tecnica con cui si interpreta la scrittura (il “test”, per intenderci) e non all'intero corpus teorico: neurofisiologia del gesto grafico, storia della grafologia, ambito peritale, discipline correlate etc. La grafologia come disciplina non ha bisogno di essere validata. Poiché sarebbe piuttosto noioso ripetere "sono d'accordo" ad ogni passo, mi limiterò a fare “l'avvocato del diavolo” portando alcune controargomentazioni che, spero, possano animare il confronto.
Anche così l'articolo sarà molto lungo. Iniziamo senza ulteriori indugi con il primo argomento di plausibilità:

1. La scrittura è un prodotto del sistema nervoso ed è in relazione diretta con il sistema nervoso dello scrivente. Al variare del sistema nervoso varia anche la scrittura. Questo è vero sia se uno stesso sistema nervoso subisce dei cambiamenti (variabilità intra-individuale) sia se si passa “da un sistema nervoso all’altro” (variabilità inter-individuale). Se non ci credete provate ad osservare la scrittura di un malato di Parkinson o di Alzheimer. O la scrittura di una persona sotto l’effetto di droghe o di psicofarmaci.

Quello della “scrittura della mano” come “scrittura del cervello” (handwriting – brainwriting) è un argomento ampiamente dibattuto. Ciò che viene contestato alla grafologia non è se la scrittura sia o no un “prodotto” del sistema nervoso – è un dato incontestabile che nessuno scienziato si sognerebbe di mettere in discussione – quanto la possibilità di risalire dal prodotto finale ai sistemi che l'hanno realizzato.
Nell'articolo “How Graphology Fools People” che sintetizza le argomentazioni del libro “The write stuff” Barry L. Beyerstein fa notare sarcasticamente che anche vomitare è controllato dal cervello.
“Perché dovremmo pensare che solo perché qualcosa è controllato dal cervello si correla necessariamente con qualsiasi altra caratteristica, attitudine o propensione? Questa è una pretesa che va sostenuta con l'evidenza, non assunta disinvoltamente”.
La relazione tra scrittura e sistema nervoso non è, in realtà, così diretta. Alla realizzazione del “prodotto finito” intervengono numerose variabili come ad esempio le variabili materiali (il tipo di penna, il tipo di inchiostro, il tipo di carta, il piano d'appoggio...) e le variabili ambientali (la temperatura della stanza, la luminosità...).

Ma il problema centrale della scrittura come prodotto del sistema nervoso è questo: fin dagli studi di Aleksandr Lurija sappiamo che non esiste un “centro della scrittura” e che l'atto di scrivere coinvolge numerosissime porzioni del sistema nervoso (centrale e periferico) e del sistema muscoloscheletrico. La teoria della Gestalt ci avverte che il tutto (cioè il prodotto finito - in questo caso la scrittura) ha proprietà differenti e superiori rispetto alle parti. Nel libro “L'altra faccia dello specchio” il padre dell'etologia Konrad Lorenz metteva in guardia dal tentare di risalire da un sistema complesso alle parti che compongono il sistema. Per fare un esempio, se un quadro viene dipinto da 5 persone, non è così semplice ricostruire il processo con cui è stato realizzato e individuare chi ha dipinto cosa. È per questo che Beyerstein afferma un po' grossolanamente che la grafologia per funzionare avrebbe bisogno di una teoria neurobiologica come quella della frenologia.

La correlazione tra determinati segni (o, meglio, sindromi di segni) e specifiche funzioni neuropsicologiche va dimostrata scientificamente. I grafologi, invece, la deducono teoricamente partendo dal presupposto (tutto da dimostrare) che il significato psicologico di un determinato segno sia quello che è stato indicato dai capiscuola della grafologia (Moretti, Crepieux-Jamin, Klages, Marchesan...).

Infine, la scrittura realizzata da chi ha il morbo di Parkinson o da persone sotto l'effetto di sostanze (alcool, eroina, cocaina...) presentano sicuramente delle caratteristiche peculiari. Non è però così scontato che siano lo specchio delle modificazioni psicologiche. Potrebbero molto più banalmente essere dovute all'alterazione della motricità. In altre parole: se tremo (a causa del Parkinson, di una crisi etilica etc.) di sicuro il tremore si vedrà nella mia scrittura, ma cosa mi dice delle mie facoltà cognitive ed emotive?

Il tremore viene classificato generalmente in tremore orizzontale (Parkinson), verticale (alcoolismo) e misto (senilità). In base a quali criteri si può interpretare il fatto che un alcoolista ha una scrittura con tremori verticali? È un alternarsi tra “piano dell'idealità” e “piano della realtà” (criterio simbolico)? È un segno di oscillazione tra un marcatore somatico attivante e inibente (criterio neurobiologico)? E chi ha il Parkinson ha un'ambiguità tra “andare verso” o “ritirarsi” rispetto alla relazione con l'altro (simbolismo relazionale) o una oscillazione tra progettualità e passato (simbolismo spaziale)? E l'anziano? Il suo tremore ha tutti questi significati? E come mai l'anziano (come chi ha la demenza di Alzheimer) realizza una micrografia? “Ha spezzato l’equilibrio in favore di un’accentuazione della forza centripeta costituita dalla concentrazione mentale che tutto osserva, che di tutto tiene conto in funzione difensiva” come scrive Lidia Fogarolo riguardo al calibro piccolo, o è un meccanismo ottico e grafomotorio di compensazione o una semplice manifestazione neurofisiologica della malattia?

Ai grafologi tutte queste suggestioni simboliche piacciono moltissimo e sono pronti a profondersi in complicate quanto incoerenti giustificazioni. Ma, come osservava ironicamente Freud, “a volte un sigaro è solo un sigaro”.

Per ora ci fermiamo qui. Nei prossimi articoli si parlerà degli altri "buoni motivi" per sostenere la plausibilità della grafologia. Intanto non esitate a dite la vostra e a lasciare le vostre opinioni nei commenti.