Quindicenne suicida per il vampiro Edward di Twilight. Com'è possibile?

Una ragazza di 15 anni si è impiccata a Bareggia, in Brianza.
Ogni anno in Italia ci sono circa 2.200 suicidi e 1.700 tentativi di suicidio.
Le statistiche Istat (relative al 2009) mostrano un trend ascendente:
suicidi: 2.986 (di cui 2.343 maschi e 643 femmine)
tentativi di suicidio: 3.289 (1.769 maschi e 1.520 femmine).
Le ragazze tra i 14 e i 17 anni che si sono tolte la vita nel 2009 sono 10, altre 50 hanno tentato il suicidio nello stesso anno.

Il motivo per cui questo tragico fatto di cronaca ha attirato l'attenzione dei media è che per molti la quindicenne si sarebbe tolta la vita per amore di  Edward Cullen, un personaggio di "Twilight", ciclo di romanzi (e di film) che ha riscosso grande successo tra le adolescenti.
Per i giornali locali, in un passaggio del diario la 15enne avrebbe scritto di essere pronta a suicidarsi pur di "ricongiungersi" con il fantasma del bel vampiro Edwards.
Sui giornali, nei blog e sui social network molti hanno puntato il dito contro la saga di Twilight, accusandola di influenzare negativamente i ragazzi. Dato che sono milioni le ragazze che hanno letto i romanzi di Stephenie Meyer, se ci fosse una reale "istigazione al suicidio" il numero di suicidi dovrebbe essere molto più elevato. Inoltre, la narrazione (che sia orale, scritta o filmata) esiste da sempre e da sempre l'uomo ha imparato a distinguere la finzione dalla realtà. Come scriveva Tolkien in "Albero e foglia", anche se sgrana gli occhi e trattiene il fiato, il bambino sa benissimo che i draghi, le fate e gli elfi non esistono.

Che la ragazza si sia uccisa per Edward è tutto da dimostrare. Ma diamo pure per scontato che si sia tolta la vita per amore del Vampiro: perché morire per una persona o una situazione "reale" (un compagno di scuola che la rifiutava, un brutto voto a scuola, una lite in famiglia...) dovrebbe essere più accettabile che impiccarsi per un personaggio di fantasia?

Ciò che accade nella psiche di chi compie un gesto estremo ci è sconosciuto. Ascoltando i racconti di tanti che hanno tentato il suicidio, ho imparato che il suicidio può essere dovuto a due motivazioni opposte: disperazione e richiesta d'aiuto.
  • Disperazione. Si può arrivare al suicidio per un senso di vuoto esistenziale. Il mondo, l'esistenza, la stessa vita appaiono prive di significato (vedi "La sofferenza di una vita senza senso" di V.E. Frankl e "Il suicidio" di Fizzotti e Gismondi). Si ha la certezza che niente e nessuno potrà aiutarci e che questa sensazione di vuoto durerà per sempre, immutabile. È questa la base cognitiva di tutte le depressioni: l'incapacità di poter fare qualcosa e di poter ricevere aiuto (helplessness ed hopelessness).
  • Richiesta d'aiuto. All'opposto, la maggior parte dei tentativi di suicidio (quando cioè si compie un gesto estremo ma non si ha l'intenzione reale di togliersi la vita) e molti suicidi sono una paradossale richiesta d'aiuto. In questo caso la speranza c'è, si crede che possa arrivare un aiuto dagli altri e, seguendo una logica distorta, lo si chiede con un gesto "forte". È necessario comprendere che, nel mondo mentale di queste persone, il suicidio è l'unica azione possibile, l'unica cosa che possono fare per risolvere i conflitti ed eliminare la sofferenza. Un "ragionamento" inconcepibile e folle, per noi, ma che segue una logica coerente nel mondo mentale del suicida.
Per lo stesso meccanismo, alcune volte il suicidio può avere il significato di una vendetta (una strana vendetta in cui per punire l'altro faccio del male a me stesso) o al contrario - come dice Lorna Benjamin - il suicidio può essere un "dono d'amore", cioè il tentativo di compiacere fino in fondo alla richiesta distruttiva del genitore ("tu volevi che io morissi, ecco: ti accontento"). Va detto, infine, che in alcuni casi il suicidio può essere dovuto alla psicosi ("raptus") o all'assunzione di sostanze.

Quali fantasmi si agitassero nel mondo interiore della 15enne non possiamo saperlo. Possiamo però impegnarci a costruire reti relazionali più solide e profonde, ponendo cura a non lasciare indietro i più deboli e i più vulnerabili. Guardiamoci intorno e osserviamo i nostri amici, i nostri familiari: a volte un sorriso, un sms, un invito a cena possono davvero salvare una vita.

Commenti

  1. Interessante articolo, soprattutto mette in risalto un problema dei nostri tempi: i colpevolisti.

    Quelle persone che preferiscono colpevolizzare il film, il libro, la canzone (ecc. ecc.), piuttosto che indagare nel retrobottega, cioè nelle reali motivazioni che hanno condotto questa ragazza a suicidarsi.

    Succede la stessa cosa con la squadra che perde: le persone, incapaci di accettare che nello sport si può anche perdere, cominciano a cercare il colpevole apparente.

    Ma accade anche nelle fobie. Nell'aracnofobia, ad esempio, eliminato il ragno non si elimina il problema, perché il ragno è solo un campanello d'allarme.

    Ok, basta, concordo su tutto. :D

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  2. Ciao, Pikadilly, e bevenuta sul sito di PxT.

    Hai ragione, è molto più semplice colpevolizzare l'altro, scaricare le responsabilità sulla società, su un romanzo, su un arbitro o su un ragno.

    In realtà è una strategia che non paga: apparentemente solleva dalla fatica di capire e di cambiare, ma lascia intatto il fallimento così com'è, pronto a ripetersi alla prima occasione.

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  3. Che tristezza!
    Secondo me, la ragazza doveva essere una sognatrice!

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    1. Sì, è davvero triste. Non si può mai sapere cosa pensi esattamente una persona che si toglie la vita, ma di sicuro non ha avuto modo di apprezzare quanto bene avrebbe potuto ricevere e dare.

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  4. "a volte un sorriso, un sms, un invito a cena possono davvero salvare una vita."
    E' verissimo, grazie per avercelo ricordato.

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