Abolizione del titolo legale della Laurea: a cosa serve se il problema è la raccomandazione?

Che il sistema sia malato è noto a tutti: le carceri sono sovraffollate al limite del rispetto della dignità umana; alcuni lavoratori dipendenti (soprattutto nel settore pubblico) sembrano inamovibili anche se il livello di produttività è prossimo allo zero; la giustizia ha tempi geologici e le università non offrono tutte lo stesso livello di preparazione.
Di fronte a queste malattie, qual è la terapia proposta dal Governo? L'abolizione della diagnosi. Parlando dell'antipsichiatria, Arnaldo Ballerini (1997) scriveva:
«dire che il disturbo psichico non è una malattia, non risolve affatto il problema degli individui nella loro sofferenza psichica»
È vero: le lauree non sono tutte uguali
Il problema del valore legale è "uno specchietto per le allodole", ha dichiarato giustamente Enrico Decleva. Innanzitutto perché "il valore legale non esiste come istituto unitario, è un insieme di cose diverse" (B.G. Mattarella), quindi non si capisce quali norme dovrebbero essere abolite. E poi perché il problema non verrebbe risolto, anzi, verrebbe amplificato,
secondo me. Ho il sospetto che ne beneficerebbero quelle università private che già adesso hanno standard molto discutibili (vedi ad esempio lo scandalo della Libera Università San Pio V) e quelle pubbliche, come ad esempio l'Università di Palermo, in cui si fa compravendita degli esami.

Prendiamo due ragazzi che escono da due facoltà differenti con 110 e lode: il laureato A ha studiato pochissimo, conosce a malapena i fondamenti della disciplina e non ha alcuna competenza pratica. Il laureato B si è sudato il titolo, ha un'ottima preparazione ed ha ricevuto una solida formazione pratica. Pensare che quel 110 e lode in un
concorso è valutato alla stessa maniera provoca indignazione e rabbia.
Peggio ancora: se il laureato B avesse ottenuto 108 verrebbe penalizzato rispetto al laureato A al quale la lode è stata praticamente regalata.

Dichiarando per legge che nessuno dei due titoli ha valore legale, cosa cambierebbe? Secondo me il sistema va riformato dalla radice, innanzitutto rendendo più selettive le università - non con il numero chiuso ma rendendo i corsi accademici più esigenti, in modo che ci sia una "selezione naturale". Ne rimarrà solo uno, ma quell'higlander sarà il meglio che può offrire la nostra formazione. Inoltre, bisognerebbe rendere trasparenti i processi di selezione per i ricercatori e i docenti. Se ci sono docenti mediocri o pessimi non potremo che avere generazioni di laureati mediocri o pessimi. Ed è esattamente quello che sta avvenendo.

Il vero problema: la cultura della raccomandazione
Parliamoci onestamente: sappiamo benissimo che in Italia il posto pubblico lo si ottiene tramite raccomandazione e non in base al merito. Gli scandali ripetutamente documentati da Presa Diretta, Report e altri organi di informazione sono sotto gli occhi di tutti. In una intervista, uno dei tanti "cervelli in fuga" rispose al giornalista che gli chiedeva come mai non avesse tentato la carriera in Italia:
"Le dico solo questo: vada in qualsiasi facoltà e guardi i cognomi sulle targhette delle porte".
Stefano Allesina dell'università di Chicago ci ha anche scritto una tesi: «Measuring Nepotism: the Case of Italian Academia», replicata da Gianmarco Daniele: "L'università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti". Vedere tante dinastie di notai, primari e accademici fa venire il dubbio che queste professioni siano a trasmissione genetica.
Per fortuna esiste anche l'amicizia e lo scambio di favori, per cui se si ha il parente o l'amico giusto si può ambire ad un posto alla F.A.O., alla Civit o in Università senza troppi sforzi e senza essere geneticamente predisposto. Ne è un esempiol'intercettazione di mons. Giovanni Viale Ermes, capo ufficio della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, che raccomandava a Balducci la figlia di Massimo Spina, direttore amministrativo dell'ospedale Bambino Gesù di Roma. Ci sono poi i casi in cui la carriera viene fatta per altre qualità, come ad esempio le igieniste dentali della scorsa legislatura, ma penso che non siano necessari altri esempi.

Il malcostume della raccomandazione non riguarda solamente le istituzioni pubbliche ma anche le aziende private. Come ha dichiarato Daniele, uno psicologo emigrato a 36 in Australia:
Purtroppo qui [in Italia] funziona il “chi conosci” e non il “cosa sai fare” e quindi per fare carriera devi ungere le ruote giuste o non fai molta strada, anche se nel tuo lavoro sei bravo e preparato.
La crisi è un'occasione: non lasciamocela sfuggire
Non dobbiamo, però, nasconderci dietro un dito. Chiudere la questione dicendo "che schifo" e accusando genericamente "la società" ci fa perdere di vista che la società siamo noi. La società sono i genitori che cercano l'aggancio per il figlio, sono i ragazzi e le ragazze che preferiscono la scorciatoia della raccomandazione al vedersi riconoscere le proprie competenze, sono i voti dato al politico di zona perché chiuda un occhio sui nostri abusi edilizi o ci ottenga qualche favore, sono i tentativi di saltare la fila perché conosciamo qualcuno...
Tutti ripetono: "In Italia le cose vanno così". Ed è vero. Ma io credo che le cose andranno così finché continuiamo a volerle far andare così.

La dura crisi economica che stiamo vivendo è un'opportunità irripetibile per ripensare il sistema. Il debito pubblico italiano è nato e si è ingigantito a causa del fitto sistema clientelare. Se, tornando al tema dell'articolo, le università italiane sono in questa condizione, se non produciamo innovazione, se la pubblica amministrazione non funziona ed ostacola lo sviluppo, è dovuto soprattutto al fatto che ci sono le persone sbagliate nelle sale dei bottoni. Sono i raccomandati: persone non qualificate, né adatte al ruolo, né appassionate. Come può funzionare un sistema se chi ci lavora è incapace? E intanto ci sono migliaia di giovani capaci, pieni di passione e di idee che stanno a spasso.

La conclusione è che in Italia se non sei parente/amico/amante/compagno di Loggia di nessuno sei uno "sfigato". Siamo proprio sicuri che abolendo il valore legale del titolo di studio questa situazione cambierebbe?