Vergognati!

Dovete vergognarvi. Di cosa? Non importa: vergognatevi.
Basta accendere la tv o la radio, aprire un giornale, fermarsi a fare quattro chiacchiere al bar, al mercato o in coda alle Poste per sentirsi ripetere che "è una vergogna", che "dovrebbero vergognarsi" o, molto più spesso, "si vergogni!".
Una caratteristica della vergogna nei mass media, infatti, è che è sempre all'imperativo (vergognati!) e mai riflessiva (mi vergogno).
Eppure sappiamo benissimo che intimare agli altri di vergognarsi non serve a niente. Ascoltare la nostra vergogna e confrontarci con noi stessi, invece, può essere molto vantaggioso.

Il doppio legame

"C'era un uomo - raccontava Enzo Biagi - che partecipava a qualsiasi manifestazione: di destra, di sinistra, di centro, della CGIL, degli studenti, dei coltivatori, contro gli industriali, contro le banche, contro le mafie... A tutte le manifestazioni si presentava con lo stesso cartello con scritto: Vergogna!".
Se ci pensate attentamente, chiedere a qualcuno di vergognarsi è un paradosso. Bateson e Watzlawick lo chiamavano "doppio legame" e per spiegarlo utilizzavano il celebre esempio del "sii spontaneo": se chiediamo a qualcuno di essere spontaneo o ci ubbidirà (e quindi non lo farà in modo spontaneo) o non ci obbedirà, e quindi non sarà spontaneo. Un vicolo cieco dal quale non si può uscire.

Il paradosso consiste nel fatto che non si può chiedere ad una persona di vergognarsi. Non possiamo provare le emozioni a comando. Mi viene in mente a questo proposito un racconto buddhista:
In un famoso tempio tibetano alcuni turisti americani avevano portato delle lattine di birra. Bere alcoolici è vietato nella religione buddhista. Un altro turista, vedendo gli americani bere e schiamazzare senza alcun rispetto, si avvicinò ad un monaco e lo redarguì: "Perché non gli impedisci di compiere questo sacrilegio?". Il monaco, sorridendo, gli rispose: "Se capiscono quello che fanno, significa che non vogliono. Se non lo capiscono, a che serve dirglielo?".

La vergogna è un'emozione negativa?

La nostra cultura divide le emozioni in negative o positive. È un errore. Tutte le emozioni hanno una funzione. Alcune ci piacciono, altre meno, ma nessuna emozione è negativa.
Piuttosto dovremmo dire che possiamo vivere positivamente o negativamente le nostre emozioni. Ci sono infatti modi funzionali e adattivi di vivere i sentimenti e modi disfunzionali e disadattivi. Anche la gioia - l'emozioni "positiva" per eccellenza - può essere vissuta in modo disadattivo: essere gioioso durante il funerale di tuo figlio o, mentre la tua vita è in pericolo, provare gioia invece di timore.
Mi viene in mente quel paziente di cui parlava Antonio Damasio e che per Natale regalò alla figlia una bara. La figlia era malata di cancro e, secondo una logica ineccepibile (ma emotivamente disadattiva) regalarle una bara era del tutto congruente.
La funzione della vergogna è di avvertirci che ci sono dei conflitti tra i nostri valori e le nostre azioni. Gianrico Carofiglio in "La manomissione delle parole" spiega che il senso di vergogna è come il senso del dolore: ci sono alcune patologie nelle quali la persona non avverte il dolore o non è consapevole di stare male (ad esempio la disautonomia familiare o la anosoagnosia). Sarebbe fantastico! pensano in molti. In realtà questa condizione è pericolosissima: se non hai un campanello di allarme che ti avverte che c'è del fumo in casa, la casa andrà a fuoco.

Per vergognarsi bisogna essere umani

Dal punto di vista evoluzionistico, la vergogna è un'emozione piuttosto curiosa: a differenza delle emozioni primarie ha bisogno di un interlocutore. Non ci si può vergognare da soli.
Il sentimento della vergogna ha due aspetti: uno interpersonale e uno intrapsichico. Se crescete in una tribù amazzonica in cui non esistono i boxer, gli slip o i reggiseni, non vi vergognerete di certo a farvi vedere nudi. Ecco perché il sentimento della vergogna è più di tutti influenzato dalla cultura. Soprattutto quella familiare.
Ma la vergogna non si riduce ad una semplice sedimentazione della morale sociale: spesso ci vergogniamo anche se nessuno sa ciò che abbiamo fatto. A volte ci vergognamo anche solo di aver pensato certe cose.
L'interlocutore, in questo caso, siamo noi stessi. Viktor Frankl (fondatore dell'Analisi Esistenziale) chiamava questa capacità autodistanziamento e scriveva che è una capacità tipica dell'essere umano. A differenza degli altri animali, l'uomo può prendere le distanze da sé stesso, guardarsi dall'esterno, e magari ridere di sé. O vergognarsi. Può capitare infatti che  ci fermiamo davanti allo specchio e ci vergogniamo di ciò che siamo diventati, di ciò che siamo stati capaci di fare. In questo caso la vergogna più che regolamentare la vita sociale serve a segnalarci un allontanamento da ciò che siamo e da ciò che vogliamo essere.

In sintesi

Provare vergogna ha un grande valore, perché ci mette a contatto con l'immagine di noi stessi e con i valori che abbiamo interiorizzato. E anche perché è il riconoscimento dei nostri errori e dei nostri limiti. Invece di evitarla a tutti i costi, cerchiamo di accogliere e di ascoltare la nostra vergogna, prendiamoci qualche minuto per stare con lei e per capire cosa vuole dirci.
E soprattutto, evitiamo di intimare la vergogna agli altri. Anche perché sarebbe inutile.

Commenti

  1. molto interessante la tua analisi, grazie !

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