Festa del lavoro. Ma non per chi l'ha perso o non ce l'ha

suicidio-lavoro

In questi ultimi anni la festa dei lavoratori è diventata la festa dei privilegiati. Un paradosso. Eppure di lavoratori ce n'è sempre meno. Quasi la metà dei giovani che assistono oggi al Concerto in piazza San Giovanni a Roma sono disoccupati. O lavoratori con impressa sul braccio la data di scadenza. O sfiduciati che ormai non lo cercano neanche più, un lavoro.

Il lavoro non è solo retribuzione. Il lavoro è dignità, identità, occupazione. L'Analisi Transazionale di Eric Berne afferma che uno dei bisogni fondamentali dell'uomo è la strutturazione del tempo. Occuparlo. Che è diverso da ammazzare il tempo. "Ammazzare il tempo" significa non trovare uno scopo, e poiché il tempo - come ci insegnano Agostino d'Ippona e Einstein - è una extensio animae (estensione della mente), allora ammazzare il tempo significa ammazzare sé stessi.

Le persone si arrivano ad uccidere per noia - nel senso esistenziale del termine, perfettamente illustrato da Jean-Paul Sartre e da Viktor Frankl. Tanto più se la noia (la destrutturazione del tempo) è associata all'impotenza. I dati allarmanti di questi ultimi mesi che ci parlano di decine imprenditori, operai e cassintegrati italiani che si tolgono la vita e i 1.725 suicidi in Grecia lo confermano.

In questi tutti i racconti dei parenti viene ripetuto che nessuno si era accorto, nessuno immaginava, non c'erano segnali che facessero pensare. In molti casi non vogliamo accorgerci di questi campanelli d'allarme, neppure in casa nostra, tra i nostri parenti o tra i nostri amici. Forse siamo distratti, troppo presi dai nostri problemi per pensare a quelli degli altri. O forse, come dice un proverbio calabrese:
"L’abbùttu un crìda a ru dijùnu" (chi è sazio non crede a chi è digiuno)
Chi non ha particolari problemi, chi, tutto sommato, si può dire soddisfatto della propria vita fa fatica a capire la sofferenza altrui. Non la vede. E di fronte alle difficoltà altrui minimizza. Come dice un altro proverbio:
Ci sarà sempre un esquimese pronto a dire ad un africano come proteggersi dal caldo.
Non trovi lavoro? Che ci vuole a trovarne un altro! Hai perso il lavoro e non sai come mantenere la famiglia? Uh, e che sarà mai... il messaggio che ti rivolgono è, in estrema sintesi, che tu non hai un problema: il problema sei tu. E per questo si sentiranno offesi se non accettate con estrema gratitudine e riconoscenza le loro "ricette esquimesi per proteggervi dal caldo". Forse non capiamo i campanelli d'allarme di chi sta meditando di togliersi la vita perché non siamo allenati, non abbiamo "l'occhio clinico". Ma forse è la popolazione italiana nel suo complesso che è diventata sorda e cieca, così rassegnata da non saper più comprendere e condividere la sofferenza altrui.