Aiuto! Arrivano gli psicologi cinesi!

Gli psicologi cinesi stanno invadendo il mercato italiano. È un bene o è un male? E come dobbiamo comportarci di fronte a questo fenomeno?

Prima di rispondere a queste domande, è necessario che vi spieghi chi sono gli psicologi cinesi: innanzitutto gli psicologi cinesi non sono cinesi. Sono psicologi, sì, ma sono quasi tutti nati e cresciuti in Italia. Devo anche confessare che l'espressione "psicologi cinesi" non è farina del mio sacco: l'ho rubata al collega luca mazzucchelli che, con questa efficace metafora, indica una realtà ormai diffusissima nel panorama psicologico.

Gli psicologi cinesi sono gli psi che offrono prestazioni a costi bassissimi: 20€ a seduta, 15€, 10€... alcuni si accontentano anche di una mela e quattro bottoni o di un biblico piatto di lenticchie. La crisi è crisi e la fame è fame per tutti.

Già, la crisi: se fossimo onesti dovremmo ammettere che la crisi nella nostra professione esiste dal 18 febbraio 1989. L'offerta psi era già malata. In questi ultimi anni si è solo aggravata. I motivi li conosciamo: ogni anno aumenta vertiginosamente la sproporzione tra domanda e offerta; la formazione, già inadeguata, guadagna in lunghezza ma perde in spendibilità professionale etc.

Ma torniamo al grido di allarme iniziale: arrivano gli psicologi cinesi! Che si fa? Quali risposte vengono date? Quali ricette anti-cinesi si possono mettere in campo?

1. La "cannibalizzazione"

Un po' come i pesci in cattività: se non c'è cibo, iniziano a mangiarsi l'un l'altro. E, come tutti sappiamo, il pesce grande mangia il pesce più piccolo. Fuori di metafora, molti psicologi si sono detti: visto che i clienti sono pochi e difficilmente raggiungibili, mentre i colleghi sono tanti e facilmente sfruttabili, perché non guadagnare con i colleghi invece che con i pazienti? Ed ecco sorgere come funghi centinaia di scuole di formazione, master di psicodiagnosi, scuole di psicoterapia, corsi quadriennali (!) post specializzazione etc. Per non parlare dei tantissimi che campano affittando una stanza ai colleghi a 150/250€ l'ora al mese.

2. La selezione naturale

Non giriamoci intorno: siamo troppi. Ma, per rispetto di Bamdler&Grinder, non facciamo cancellazioni: siamo troppi rispetto a cosa? Troppi rispetto ai posti di lavoro (in Italia sia lo Stato che il privato assorbono pochissima domanda di psicologia). Troppi rispetto ai pazienti potenziali (siamo 3 volte la media europea) e meno ancora rispetto a quelli reali. Ciò significa che siamo come gli Highlander, "ne sopravviverà solo uno". Vorrei poter dire che a sopravvivere sarà il più bravo, il più competente, il più motivato, ma la questione è molto più complessa. Potremmo riassumerla così: i competenti non "inseriti" hanno molte più chance degli incompetenti non "inseriti".

3. L'invenzione del lavoro

Diciamocelo con estrema onestà: questo ritornello che "se non trovi lavoro, il lavoro te lo devi inventare" è una frase fatta che nasconde una valutazione superficiale del momento storico. Sembra un consiglio, ma quasi sempre nasconde una critica cattiva e spietata nei confronti degli "sfigati" "choosi" e "bamboccioni" (magari da parte di chi il lavoro ce l'ha grazie alla raccomandazione...). Intendiamoci: alcuni sono veramente sfigati, ottusi e bamboccioni. Ieri forse di più, perché i genitori potevano mantenerli. Oggi si sono impoveriti anche i genitori. Spesso, quindi, dire "inventati il lavoro" significa ignorare che la capacità di spesa delle persone è calata drasticamente e di fronte alla mancanza di fondi neppure Johan Sebastian Bach poté suonare la sua musica né Chiara Daraio ha potuto applicare le sue idee innovative.

4. Arrivano i cinesi? Diventiamo cinesi!

È il ragionamento che stanno facendo in molti: meglio meno euro che niente euro. E subito fioccano dai colleghi le accuse di "svendita" o interminabili sermoni su quanto sia terapeutico che il paziente paghi molto (a volte sembra che il costo della seduta sia uno dei principali fattori di cambiamento, nonostante negli studi sull'efficacia della psicoterapia non mi sembrava neppure tra i primi 30...). La gente che ragiona "di pancia" e in modo binario si schiera radicalmente o dalla parte del sì o da quella del no. Io che scrivo e voi che leggete siamo persone intelligenti per cui non commetteremo lo stesso errore. È lapalissiano che guadagnare 10€ netti (fatturati ed escluse tasse) per un'ora di lavoro è umiliante. Ma permettetemi una domanda: se lavoro in una cooperativa sociale 8 ore al giorno e guadagno 500€ netti, secondo voi quanto mi pagano ad ora? Bravi, avete calcolato bene. E che dire delle centinaia di ore gratuite che moltissimi colleghi fanno come volontari presso la ASL o presso cooperative, associazioni, sportelli etc.? Lì il calcolo è veloce: 0€ l'ora. Ma ora spostiamoci nell'altro versante e chiediamoci: davvero chiedere 100€ l'ora per un colloquio di psicoterapia di 50 minuti è la tariffa giusta e chiedere meno è "svendere"?


Mi fermo qui, perché ora bisognerebbe mettere in campo altri argomenti, come: cosa vendiamo ai nostri pazienti? Ciò che vendiamo è davvero quello per cui ci pagano? In base a cosa può essere verificata la genuinità della nostra "merce"? Cosa significa se tanti colleghi vedendo accostate le parole "psicologia", "merce" e "vendere" arricciano il naso o si sentono a disagio? Chi stabilisce il valore economico di un'ora di counseling/terapia? A quali parametri facciamo riferimento per stabiulire il costo del nostro lavoro?

Sia chiaro che io non ho le risposte, ho solo delle opinioni, peraltro provvisorie e non sempre chiare. Per questo mi piacerebbe molto parlarne con te su YouTube e qui sul sito. Nel frattempo, racconta la tua ricetta "anti-cinesi".