Celibato, castità e pedofilia: l'astensione dal sesso rende i preti patologici?

Queste riflessioni nascono da una testimonianza di +Edda Mar su Google+ nella quale racconta le molestie ricevute da un sacerdote ai tempi dell'università (clicca qui per leggere la testimonianza di Edda). La domanda centrale che, come psicologo, mi interessa molto più della polvere che si alza inevitabilmente quando si parla di argomenti reposs (religione, politica, sessualità, sport) è:
L'astensione dal sesso compromette l'equilibrio psicologico dei preti?
A pensarci bene la questione non riguarda solo i preti. Quando una commessa del supermercato o una dipendente delle poste o una vigilessa o una collega in ufficio si comportano in modo particolarmente acido o inflessibile, sarà capitato anche a voi sentir commentare: "Quella avrebbe bisogno di una bella s******, dai retta a me!". Al di là del maschilismo, il concetto implicito è che se una persona ha una regolare attività sessuale sarà più felice e disponibile. I preti e le suore, quindi, che si astengono completamente dal sesso, sono condannati ad essere disumani ed insensibili?
Prima di proseguire, è necessario fare alcune precisazioni altrimenti ci impantaniamo nelle sottigliezze terminologiche perdendo di vista i concetti. I sacerdoti fanno promessa di celibato, i religiosi e le religiose (frati, monaci, suore etc.) fanno voto di castità. Gli effetti pratici sono simili ma i due concetti non coincidono:
  • il celibato obbliga il prete a non contrarre matrimonio. In giro ho letto molte sciocchezze, tipo che "i preti possono fare sesso basta che non si sposano". Ciò renderebbe molto attraente la vita sacerdotale, lo ammetto, ma a questi geni della teologia sfugge che nel cattolicesimo non si può praticare il sesso al di fuori del matrimonio.
  • E il voto di castità? Vi prego di seguirmi attentamente perché è un concetto molto farraginoso. Per le persone comuni "castità" significa non fare sesso (pensate, ad esempio, alla cintura di castità). Per la morale cattolica, invece, la castità è "l'uso etico della sessualità" in senso ampio, non solo erotico (la definizione è mia, non prendetela come dogma). Tant'è che, controintuitivamente, anche gli sposati sono chiamati alla castità. C'è però una complicazione ulteriore: chi fa questo voto dovrebbe (ma accade rarissimamente, nella vita reale) non solo astenersi dal fare una famiglia propria ma anche staccarsi dalla famiglia di origine e dedicarsi solo alla "famiglia religiosa".
È chiaro a questo punto che dobbiamo parlare di 2 tipi di castità: quella intesa come "virtù" e quella che coincide con il celibato, che è quella di cui parliamo qui.

Astenersi fa più male da ragazzi o da adulti?

La sessualità è una dimensione importantissima dell'essere umano e non può essere sradicata senza conseguenze. Ma attenzione: come i miei lettori sanno (leggi qui, qui e qui), la sessualità non si esaurisce solo nella pratica genitale.
Vivere la sessualità significa vivere l'attrazione, l'intimità, la comunicazione fisica con l'altro. Se, quando, come e dove inserire il pene è solo un aspetto e nemmeno il più importante.

Astenersi dall'attività erotica comporta sempre. quindi, degli squilibri. Soprattutto per quelli che vi si astengono fin da adolescenti (ormai per fortuna sono sempre più rari: nei seminari e nei conventi italiani entrano sempre più persone adulte. Purtroppo in Africa, in Sud America e in Asia non è così). Rinunciare all'attività erotica in età adulta è invece più in linea con l'evoluzione fisica dell'uomo che prevede un picco di attività tra i 15 e i 35 anni e una graduale parabola discendente negli anni seguenti. Ciò non significa che l'astensione sia semplice o non necessiti di qualche compensazione, ma di sicuro incide molto meno sulla costruzione del sé e sulla definizione della propria identità.

Non dobbiamo mai dimenticare che la sessualità è un linguaggio. Anche la componente erotica, quindi, è comunicazione. Rinunciando ad una relazione di coppia, i preti non solo rinunciano al sesso, quindi, ma rinunciano ad una dimensione relazionale di intimità, esclusività e fisicità.

La paternità spirituale non è la stessa cosa

Tutto questo può essere "sublimato", per usare un linguaggio freudiano. La dedizione alla parrocchia, la vita di "fraternità" nell'intimità del monastero possono in parte colmare il vuoto che si viene a creare, ma solo in parte. La dimensione fisica, erotica, in particolare, non ha alcun corrispettivo nella vita sacerdotale e religiosa.

Il fatto che i frati siano chiamati "padre" e le suore "madre" (al di là del divieto evangelico in Mt 23, 8-12) solo in parte compensa il non avere figli. Chi ha bambini lo capisce molto bene: attendere il parto, fare il bagnetto, dare la poppata, cambiare, veder crescere, accompagnare quotidianamente la crescita di un bambino non può essere paragonato con il "voler bene come un padre" ai figli dei parrocchiani, come talvolta superficialmente viene detto. Espressioni come "siamo una famiglia", "famiglia francescana", "padre spirituale", "figli spirituali", "maternità in Cristo" etc. sono largamente usate (e spesso abusate) nell'ambito ecclesiale, ma si tratta di metafore e come tali vanno considerate.

Preti e suore non sono "una massa di malati mentali"

Qual è quindi la conclusione? Che i preti e le suore sono tutti psicologicamente squilibrati perché non fanno sesso, non hanno una relazione e non hanno una famiglia?
No. Innanzitutto perché è sotto gli occhi di tutti che alcuni preti sono squilibrati al limite della psicopatologia ma ce ne sono anche molti più che equilibrati. Inoltre, vanno considerati due aspetti:
  1. le cronache (anche quelle antiche, come testimoniano gli archivi vaticani) ci informano quotidianamente che i religiosi e le religiose praticano attività sessuale. Alcuni nella forma eterosessuale, altri in forma omosessuale, ma comunque al di là dell'impegno formale una larga parte di consacrati fa sesso. Fare delle stime precise e degli studi scientifici però è impossibile, perché non ci sono modi oggettivi per monitorare chi fa sesso, quante volte lo faccia etc. Dovrebbe essere resa una testimonianza spontanea, ma è evidente che è impensabile che tutti i preti che violano il celibato si "autocostituiscano". È lo stesso scoglio contro il quale si infrangono le ricerche sul tradimento, sulla prostituzione, sulla disonestà, sull'omosessualità etc.
  2.  l'essere umano si può adattare a qualsiasi condizione. È questa la chiave vincente della nostra specie. Il cervello ha un alto grado di plasticità, per cui anche rinunciando alla pratica sessuale, all'intimità relazionale e familiare etc. se si ha una motivazione molto forte si può comunque avere un equilibrio psichico. Ciò, ripeto, non significa che sia "la stessa cosa" ma che si può essere persone psicologicamente adulte anche rinunciando a queste dimensioni.

Celibato e preti pedofili

Per ultimo vorrei venire ad una "accusa" che viene fatta spesso al celibato sacerdotale:
I preti non possono fare sesso, per questo diventano pedofili!
Possiamo dire con molta semplicità che ciò è falso. Come ho detto, trasmissioni come Exit, Report, Le Iene, Striscia la Notizia, Matrix etc (per citare le più popolari) hanno mostrato in modo incontrovertibile che se un prete si sente schiacciato dal divieto può tranquillamente trovare una donna, un uomo o un transessuale (nelle cronache di Roma abbiamo letto spesso anche di questa casistica) consenziente e maggiorenne con il quale fare sesso. Non si capisce perché se si aderisce al celibato si dovrebbe poi fare sesso con un minore.

Questa posizione poi è tanto più sciocca se la si paragona con una dato di fatto: gli abusi sessuali infantili avvengono nell'80% dei casi nelle mura domestiche, da parte del padre, della madre, degli zii, dei cugini, di altri parenti o di amici. E allora? Dovremmo concludere che il matrimonio conduce alla pedofilia?
Piuttosto, io credo che molto pedofili scelgono di diventare preti perché ciò dà loro occasione di avvicinare indisturbati i minori, perché rivestire un ruolo compensa l'inadeguatezza - tipica del pedofilo - alle relazioni con altri adulti; perché l'impronta fortemente familistica della chiesa cattolica (la Madonna madre di tutti, la Chiesa madre, Dio Padre, il vescovo è Padre, il superiore è Padre...) si adatta bene al tipo di squilibrio del pedofilo; perché la deresponsabilizzazione implicita nel restare "figlio" a vita e nel fare scelte non in prima persona ma obbedendo a regole esterne (eteronomia) è in sintonia con la struttura di personalità del pedofilo etc.

Insomma, i preti non diventano pedofili. Sono i pedofili che (a volte) diventano preti. L'astensione dal sesso e la rinuncia all'intimità possono acuire queste problematiche ma è scorretto, secondo me, dire che ne sono la causa
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