Quando ti attribuiscono un'etichetta

Le etichette non sono parole.
Cioè, sono parole, ma non sono parole qualsiasi.
Tutte le parole servono a definire, a indicare qualcosa. Ma certe parole rendono tutto più vago, come quando si cammina nella nebbia. Altre parole sono precisissime, significano esclusivamente quella cosa là. Magari non ci avete mai riflettuto, ma è questa la differenza tra la parola "stetoscopio" e la parola "rispetto" : sulla seconda è quasi impossibile mettersi d'accordo.

Una particolare classe di parole può assumere il ruolo di etichetta. L'etichetta è un po' come una divisa: le parole che l'indossano cambiano connotati, assumono un ruolo e spesso diventano irriconoscibili. Quando le parole diventano etichette riducono la complessità ad un puntino bidimensionale, una delle più cattive reductio ad unum che l'umanità conosca.

Cosa fanno le etichette

Prova a pensare - se ti è mai capitato nella storia della tua vita - a quando ti hanno affibbiato un'etichetta, una qualsiasi. Per prima cosa l'etichetta ti spoglia. Anzi, di più: ti spolpa. Ti riduce ad uno scheletro. Tu non sei più "tu" con tutta la vita, le esperienze, le risorse e i limiti, le tue conquiste e gli sbagli e tutto quello che il "tu" contiene. Tu sei quella cosa là. Un'etichetta.

Dopo averti ridotto a quella cosa là, l'etichetta fa da scudo. Impedisce agli altri di conoscerti. Gli stereotipi diventano un muro, una catena montuosa dalle pareti invalicabili.
Certo, ci saranno sempre degli arrampicatori che andranno al di là dell'etichetta, ma la maggior parte della gente non sa scalare e si limiterà a ripetere l'etichetta, rinforzandola.

Perché finché rimangono parole le etichette servono a fare ordine e a dare un nome a ciò che ci circonda. Quando invece si trasformano in stereotipi le etichette coprono il barattolo e diventano come lo sguardo della Medusa che pietrifica qualunque cosa sulla quale si posa.

Staccarsi di dosso le etichette

Prova a pensare alle etichette più diffuse: ex-carcerato, alcoolista, drogato, albanese, rumeno, zingaro, disoccupato, avvocato, dottore, gay, lesbica, bisessuale, transessuale, nero, cinese, marocchino, vucumprà, cristiano, musulmano, buddhista, ateo, obeso, handicappato, abusato, istintivo, emotivo, razionale, asociale, depresso, psicotico, nevrotico...

Qualunque sia l'etichetta, non significa nulla riguardo a te.

E fin quando le darai ascolto ti incatenerà a sé in un abbraccio mortale. L'esperienza insegna, infatti, che il primo a coniare etichette su te stesso sei proprio tu. E quando colleghi professori compagni di classe amici familiari "gli altri" tentano di appiccicarti le loro addosso, spesso li lasci fare e gli dai pure una mano.

Staccare le proprie etichette si può. Come? Dipende dal tipo di colla. Però potresti iniziare, ad esempio, scrollandoti di dosso l'etichetta "immodificabile".