La mia scuola di Psicoterapia è migliore della tua

Una delle caratteristiche che colpiscono maggiormente chi osserva la Psicologia dall'esterno è la frammentazione.

Per qualche minuto fingete di essere marziani: siete precipitati qui sulla Terra e vi imbattete in un Convegno sulle "correnti psicologiche" o sulle "psicoterapie". Vi sedete buoni buoni in fondo alla sala e ascoltate interminabili precisazioni sull'inconscio-che-però-non-è-l'inconscio-nel-senso-che-intendono-gli-altri; dettagliati distinguo sulle inezie che differenziano un modello da quello limitrofo, e un susseguirsi di conferenze nelle quali i relatori dicono esattamente gli stessi concetti ma con termini differenti.
Come se parlare di un gatto chiamandolo micio o chiamandolo felino giustifichi l'esistenza di due diversi indirizzi di zoologia.
Ascoltando certe conferenze e leggendo certi articoli si ha l'impressione che gli autori si sforzino disperatamente a cercare le sfumature con le quali differenziarsi dagli altri. Ed è noto che, se uno cerca le sfumature, le troverà sempre, perché:
«Tot capita, tot sententiæ» (Quante sono le teste, altrettante sono le opinioni)
E anche se nessuno avrà mai il coraggio di ammetterlo in modo aperto e sincero, ognuno è convinto che il proprio approccio sia quello migliore. È inutile negarlo e arrampicarsi sugli specchi: se utilizzi e promuovi il tuo indirizzo è perché sei convinto che sia migliore degli altri. Altrimenti useresti e sponsorizzeresti quello degli altri, no?

Nel 90% dei casi funziona così. Ma ci sono delle eccezioni, delle quali, però, parlerò nel prossimo articolo intitolato: «Scuole di Psicoterapia: diversi linguaggi, un unico continente».

Perché tante divisioni?

L'omologazione non è una virtù. Ma neppure la divisione lo è. Soprattutto quando le differenze sono fittizie, marginali o artificiali.

I meccanismi psicologici che intervengono nella definizione delle "scuole" di Psicologia sono noti a tutti, fin dai primi esperimenti sui gruppi di Lewin, Ash, Moscovici: euristiche di giudizio, errore fondamentale di attribuzione, pregiudizi e stereotipi, conformismo, influenza sociale, dissonanza cognitiva, resistenza al cambiamento etc.

La spinta motivazionale alla base di questi comportamenti è il bisogno di appartenenza, che si innesta sul sistema di attaccamento. Le stesse distorsioni e patologie del sistema di attaccamento che troviamo nei singoli individui si possono riscontrare anche nei gruppi, trasformando le "correnti di psicoterapia" in fan club.

L'appartenenza ad una "scuola" può diventare patologica (chiaramente quella degli altri, non la vostra, è ovvio...) come si evince da numerosi indizi:
  • l'incapacità di avere una prassi e un linguaggio comune (→ Il nuovo DSM 5 e il fallimento della diagnosi dimensionale);
  • la mancanza di corporativismo degli psicologi;
  • dispersione delle poche risorse di ricerca scientifica per validare costrutti e tecniche;
  • presunzione di maggiore efficacia del proprio approccio pur non avendo alcun dato oggettivo per ritenerlo tale (in realtà la ricerca sulla terapia ha evidenziato che il tipo di approccio è quasi ininfluente);
  • frammentazione sistematica di ogni approccio in miriadi di sottocorrenti;
  • dispersione delle risorse per progetti individuali autoreferenziali e autocelebrativi (pensate alle centinaia di bollettini, riviste e collane editoriali praticamente sconosciute a chiunque non appartenga alla "scuola").
Sono solo alcuni spunti. La lista potrebbe continuare all'infinito.

Scelta di un approccio o tifoseria da stadio?

Molto spesso il sostegno alla propria corrente assume la forma di tifoseria - così simile a quella scelta "di pancia" irrazionale e faziosa che connota i regionalismi, il tifo calcistico, il fanatismo religioso e il sostegno ad un leader o un partito politico.

È come se ci fosse una legge del contrappaso: gli psicologi dovrebbero essere i primi a riconoscere i fenomeni gruppali, di attribuzione sociale, di affiliazione, di appartenenza e dovrebbero essere i primi a riconoscerne le patologie e deformazioni. E invece...

Ma siamo sicuri che investire nelle differenze, nelle distinzioni, nell'affermazione della diversità, nella separazione sia la strada più utile per la Psicologia?

PS. In questo articolo mi sono riferito indifferentemente alla psicoterapia e alla psicologia perché ho ritenuto che una distinzione a questo livello non fosse necessaria e avrebbe deviato l'analisi del fenomeno. 

Commenti

  1. Penso ci sia da tenere due livelli in considerazione e parte del cortocircuito di cui parli forse è dovuto proprio a una certa miopia su quello che sto per scriverti...

    Da una parte c'è la psicoterapia, nei suoi aspetti "scientifici", con i suoi approcci, le sue ricerche, le sue terminologie, anche le sue differenze quando servono.

    Dall'altra ci sono le scuole di psicoterapia, e con questo intendo gli aspetti "commerciali" , e lo so che sto per dire una cosa triste, ma spesso mi pare che sotto queste differenze, queste sfumature di opinione, questi mici, gattini e felini ci sia più la necessità di sopravvivere sul mercato che la necessità di trovare strade sempre più efficaci per fare bene il nostro lavoro.

    In conclusione, comunque, volevo dire che la mia scuola di specializzazione è fighissima!

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    1. La tua distinzione in 2 livelli è giusta, Ada. Un aspetto sul quale rifletto spesso, però, è che anche i medici, gli architetti, i farmacisti, i chimici sono mossi da questioni "commerciali". Anzi, è palese che lì si muovono molti più soldi e potere. Eppure queste "tifoserie" sono assenti o comunque decadono di fronte all'interesse comune.

      E forse i livelli sono anche più di due. Una variabile potente per comprendere questo fenomeno, secondo me, è l'orgoglio, il protagonismo, la superbia. La "mia" scuola, sono "il direttore", sono "il fondatore"... Molto spesso non c'è un grande guadagno economico.

      Io credo che un motivo risieda anche sulla doppia radice filosofica/sacerdotale dello psicoterapeuta. E anche sul fatto che è una professisone molto giovane rispetto alle altre.

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    2. L'antica questione del narcisismo nella nostra professione...Hai ragione. Io lo chiamo "IL LATO OSCURO", ne siamo inevitabilmente attratti tutti, ci cadiamo purtroppo in troppi

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  2. è una riflessione davvero interessante.....!
    Io ho sempre pensato che la scuola che ho scelto, l'ho scelta perchè mi consente di essere una brava terapeuta, ma anche le altre valgono tanto quanto la mia, solo, non erano adatte a me, non si creava una compinazione "terapueta+approccio" che mi avrebbe permesso di tirar fuori "la me terapueta", ma tanto di cappello ai colleghi....
    E infatti scelgo di non dire qui qual'è il mio approccio! :-)

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    1. Grazie, Marcella. Condivido ciò che scrivi. E nei prossimi articoli svilupperò meglio questa riflessione per cui... stay tuned!
      PS. Uhm... secondo me il tuo è un approccio che mi è familiare.

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