Non sempre la comorbilità è un male

Utilizzando un sistema diagnostico di tipo categoriale è inevitabile che allo stesso paziente possano essere attribuite diverse patologie mentali contemporaneamente. Chi ha subito un trauma, ad esempio, spesso ha sia la diagnosi di Disturbo da stress post-traumatico che quella di Abuso di sostanze o di Depressione Maggiore.

Ma non sempre la comorbilità è un male.
→ Comorbilità (o comorbidità) = presenza simultanea nella stessa persona di molteplici diagnosi/patologie.
Pensiamo, ad esempio, ad una persona che ha un Disturbo dissociativo dell'identità (che un tempo in psichiatria si chiamava "personalitù multipla") o un Disturbo dello spettro schizofrenico e - in comorbilità - ha anche il Disturbo di personalità NAS passivo-aggressivo o, se preadolescente, il Disturbo oppositivo-provocatorio.

Immaginiamo di entrare nel suo cervello e assistere al dialogo tra le diverse parti dissociate della sua identità:
  • (parte omicida) Uccidili! Uccidili tutti!
  • (parte oppositiva) Sì, volevo farlo, lo giuro, ma mi sono dimenticato...
  • (omic.) E allora uccidili adesso!
  • (oppos.) Uhm, proprio ora? Ma c'è Grace Anatomy in su Sky.
  • (omic.) Cosa ti importa, prendi un'accetta e falli a pezzi!
  • (oppos.) E chi lo dice? Io non faccio a pezzi proprio nessuno, guarda un po'.
  • (oppos.) Te lo ordino! Sono malvagi, devi ucciderli immediatamente!
  • (omic.) Ah, se la metti su questo piano sai che faccio? Gli faccio un regalo, ecco. Così impari a darmi degli ordini.

Al di là della vignetta umoristica, molto spesso per adattarsi all'ambiente ostile (una famiglia abusante, dei genitori violenti o poco accudenti...) le persone sviluppano comportamenti di difesa, che noi psicologi, psichiatri e psicoterapeuti chiamiamo "patologie mentali".

Le psicopatologie ci difendono dalla morte: il bambino senza l'affetto degli adulti non sopravvive. Pur di mantenere la prossimità affettiva con i caregiver fa di tutto: si inventa dei caregiver immaginari, scinde la loro parte malvagia da quella accudente, si rifugia in un mondo magico, si autoconvince di aver bisogno di pochissimo affetto, si aggrappa anche a quella briciola di affetto che ha consentito ai suoi genitori di lasciarlo in vita ("se non mi hanno ucciso allora in fondo mi vogliono bene").

Molte di queste "difese" sono in realtà pericolose e possono rivelarsi letali. Pensiamo ai comportamenti autolesionistici di chi si taglia, si mutila, si ferisce; oppure pensiamo al depresso che sviluppa un pensiero così ineluttabile che l'unica alternativa è il suicidio o a chi ricorre alle droghe. Per impedire che ci togliamo la vita, la nostra psiche sviluppa allora altre difese, che compensano l'eccessivo squilibrio provocato dalle altre. Ed ecco la comorbilità.

Personalmente, quando vedo un paziente, sento profondo rispetto per la sua patologia e la prima cosa che penso è che ha assolto in modo egregio la sua funzione: lui è lì, davanti a me, vivo. La sua patologia l'ha mantenuto in vita. E anche fosse solo per questo, va rispettata.

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