La guerra è finita

Chi soffre di disturbi psicologici ha spesso comportamenti che gli altri giudicano strani e autodistruttivi. Come fa a non accorgersi di quanto siano assurde le convinzioni che ha? "Cosa gli dice il cervello"? E cosa può fare la Psicoterapia?

Le stranezze non sono poi così strane

  • Una signora non è uscita di casa per 32 anni, carcerata nel proprio appartamento e per 10 anni confinata nella propria stanza.
  • Un manager 40enne non riesce più a guidare la propria auto perché dopo aver fatto qualche metro deve tornare indietro a controllare di non aver investito nessuno, e poi ricontrollare e ricontrollare di nuovo per decine di volte.
  • Una madre accumula volantini delle promozioni e ogni tipo di oggetto che trova accanto ai cassonetti della spazzatura fino a riempire la casa e a renderla invivibile, impedendo anche ai figli di avere una normale vita sociale.
  • Un ragazzo cinese brucia la patente, la carta d'identità e gli altri documenti, non usa più il suo ricco conto in banca e si mette a vivere come un barbone perché è convinto che la Triade (mafia cinese) vuole ucciderlo.
Le patologie psichiche non sono "cose" che alcuni hanno e altri no. Non è come nascere con tre braccia o vedersi spuntare una proboscide. Il disagio psicologico somiglia di più alla temperatura corporea: negli esseri umani la temperatura si assesta intorno ai 37 °C. Alcuni ce l'hanno un po' più bassa, altri un po' più alta. Solo quando supera un certo livello si parla di febbre.

Scappare urlando di fronte ad un serpente a sonagli è del tutto normale, ma se lo fate ogni volta che vedete i lacci delle scarpe la vostra reazione sarebbe del tutto fuori misura. Come la febbre. Ma se, al contrario, si scoprisse che la Triade stava davvero inseguendo quel ragazzo per ucciderlo? Sareste ancora dell'opinione che il suo comportamento era patologico e bizzarro? Come diceva Kurt Cobain:
Solo perché sei paranoico non significa che non ti stiano inseguendo.

Vivere nella foresta

La vicenda dei due vietnamiti che sono vissuti nella foresta per 40 anni è, secondo me, una metafora efficacissima per spiegare cos'è la psicopatologia: 

Vietnam: padre e figlio ritrovati dopo 40 anni nella giungla - Quarant'anni di vita nella giungla, in fuga dalla guerra del Vietnam. È la storia di Ho Van Thanh e Ho Van Lang, un padre e figlio vietnamiti dati per dispersi nel 1973, per condurre una vita da eremiti cibandosi di caccia e vegetazione, abitando in una capanna di legno e bambù. Secondo le prime ricostruzioni, il padre Thanh (82 anni) si rifugiò nella foreste della provincia di Quang Ngai dopo che una bomba aveva distrutto la sua casa, uccidendo la moglie e due figli. Nel panico, si portò dietro il piccolo Lang, che allora aveva solo un anno (fonte: Ansa)
Anche voi accettereste di vivere nella foresta se ciò significasse salvarvi dalla Guerra Mondiale. Vivere nella foresta è scomodo, è doloroso, è pericoloso, sì, ma mai quanto la prospettiva di essere uccisi.

In genere, le patologie sono comportamenti che hanno consentito al paziente di sopravvivere nell'infanzia, quando percepiva che era in pericolo la prossimità affettiva e il sostegno degli adulti. Per un bambino l'accudimento emotivo dei genitori è questione di vita o di morte. Spesso il paziente non si ricorda di queste circostanze e di quando ha "deciso" di adottare quel comportamento, soprattutto se è avvenuto nei primi anni della sua esistenza (quando i sistemi linguistici e di memoria autobiografica erano immaturi). Ma continua a cercare la prossimità affettiva dei genitori attraverso le strategie che ha imparato.

La guerra è finita: puoi uscire, adesso

Il primo compito di ogni psicoterapia è quello di comprendere da quale Guerra Mondiale sta scappando il paziente. Non un pericolo astratto o scritto sui manuali, ma quello vissuto, concreto e radicato nella storia del paziente.

Le persone che mettono in atto comportamenti patologici stanno scappando da un pericolo che voi non vedete. Ma il fatto che voi non riuscite a vederlo non significa che non c'è o che non è reale. È terribilmente reale! Così come il fatto che dietro il volto di quella vecchia rugosa che siede di fronte a voi non siate capaci di vedere la bambina con le trecce che trema impaurita in un angolo non significa che non sia ancora lì, dentro di lei.

A questo punto, l'unica parola che va detta in Psicoterapia, l'unica parola potente, l'unica in grado di guarire il paziente è:
La guerra è finita: puoi uscire, adesso.
Se ci vogliono diverse sedute per poter dire questa parola è perché chi vive da anni nella foresta per sfuggire alla morte non è disposto a credere al primo che passa. Il termine alleanza, secondo me, non ha altri significati in psicoterapia.

Commenti

  1. Ciao Christian,
    il problema che esponi (con l'esempio della signora rinchiusa in casa) mi sta particolarmente a cuore.
    Quello che vorrei chiederti è: se conosciamo qualcuno che pensiamo abbia bisogno di un sostegno psicoterapico come quello che hai descritto nel post, esiste un approccio con il quale lo si può convincere a chiedere aiuto? C'è qualcosa che chi sta accanto a queste persone, può fare o dire per scatenare una presa di coscienza del problema?
    Grazie!

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    Risposte
    1. Tocchi un punto molto delicato, Stefy.
      In sintesi: cosa si può fare quando un "malato" non si sente "malato"? Cosa si fa se la persona non si rende conto di vivere in una foresta?

      Una cosa è certa: non la si può portare fuori dalla foresta di peso.
      Né esistono "parole magiche"

      In linea di massima, le persone capiscono di aver bisogno di aiuto quando gli effetti negativi del comportamento con cui si difendono dalla Guerra diventano peggiori della Guerra stessa. Cosa possono fare le persone che tengono al paziente? Dipende da caso a caso, ovviamente.

      Di sicuro possono manifestare affetto e vicinanza, continuando a bussare alla porta anche se rimane chiusa.
      È molto importante, questo, perché quando la paziente deciderà di guardare dal buco della serratura (non di aprire, eh, non si può pretendere che spalanchi all'improvviso la porta) o quando troverà la forza per aprire un piccolo spiraglio vedere che c'è qualcuno dall'altra parte sarà immensamente curativo.

      Ci sono, poi, molte cose che NON devono fare. Ad esempio colludere con il comportamento patologico, discutere con la persona cercando di convincerla (come se il problema che ha fosse un problema di logica), rafforzare il comportamento...

      Personalmente, Stefy, trovo che in casi come questo sia estremamente utile rivolgersi ad una terapia familiare. Certo, la paziente non verrà in seduta. Ma i benefici sono 4:
      - poiché fa parte del nucleo familiare, i benefici ottenuti dal resto della famiglia coinvolgeranno senza alcun dubbio anche lei;
      - i familiari imparano ad evitare le "trappole" disseminate dal comportamento patologico e a relazionarsi con lei in modo efficace;
      - la paziente, vedendo i genitori, i fratelli, il marito etc. che vanno in terapia inizia a pensarla come una risorsa possibile;
      - i familiari di una persona che vive una patologia grave, poveretti, hanno un peso sulle spalle non indifferente, e fare terapia servirà anche a ristabilire armonia e serenità nel nucleo familiare.

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