Morire di omosessualità

Il caso del 14enne romano morto suicida a causa del proprio orientamento sessuale (→ Choc a Roma, 14enne suicida "deriso perché gay") fa sorgere numerosi interrogativi: che tipo di società stiamo costruendo? E noi, possiamo fare qualcosa al riguardo?

Sì, di omosessualità si può morire

Il suicidio è un dramma che lascia sempre senza parole. Quando poi a togliersi la vita è un ragazzino di appena 14 anni rimaniamo ancora di più ammutoliti. Perché è proprio a causa della mancanza di parole che questo ragazzo si è suicidato:
Nessuno capisce il mio dramma e non so come farlo accettare alla mia famiglia.
Come molti altri adolescenti, non sapeva che nome dare alle emozioni e alle paure che stava vivendo; non sapeva quali parole usare per autodefinirsi; non riusciva a trovare parole condivise per comunicare con gli amici e i genitori. Mi chiedo allora:

Che tipo di parole ascoltano i nostri bambini? Ci fermiamo mai a riflettere sui nomi che diamo alle cose e alle persone? Usiamo parole accoglienti e di comprensione? In che modo stiamo aiutando i nostri figli a costruire il loro personale vocabolario?

Il caso del ragazzo romano non è il primo e, purtroppo, non sarà l'ultimo. Solo negli ultimi mesi sono stati pestati, uccisi o indotti al suicidio decine di ragazzi e ragazze, colpevoli di non essere uguali a chi li ha pestati o li ha insultati a morte. L'Omofobia in questo è del tutto identica ad altre forme di odio: l'odio per chi ha il colore della pelle diverso dal mio, per chi è nato in una nazione diversa dalla mia, per chi ha convinzioni filosofiche, religiose o politiche differenti...

Tutte queste forme di odio sono accomunate dal fatto che le caratteristiche per le quali proviamo odio non ci procurano alcun danno. Per non ammettere che il nostro odio e i nostri pregiudizi sono ingiusti e illogici, però, facciamo spesso come il lupo della favola di Fedro, inventando "finti pretesti" che giustifichino a noi stessi il diritto di odiare e disprezzare.

Di fronte a fatti come questi, è facile individuare contro chi puntare il dito:
  • i genitori che non hanno voluto vedere
  • gli insegnanti che non hanno capito
  • i compagni di classe che hanno emarginato e deriso
  • la politica ("vergogna") che non se ne occupa
  • la legge che non punisce e non previene

Il quotidiano bombardamento emotivo

Queste notizie ormai ci fanno indignare e inorridire giusto il tempo che la giornalista annunci: "...e ora passiamo allo sport".
Più siamo sovraesposti ad emozioni forti, infatti, meno possiamo essere sensibili. La continua esposizione provoca abituazione - sempre meno stimoli producono una risposta di compassione e di indignazione - e assuefazione - per avere lo stesso effetto bisogna ricevere una stimolazione sempre maggiore, proprio come con le droghe.

Noi esseri umani per natura siamo portati a sentirci coinvolti e ad empatizzare con il dolore altrui, ma la Natura non aveva in mente il quotidiano bombardamento emotivo delle pubblicità, dei telegiornali, dei programmi  di Maria De Filippi, dei raduni religiosi, delle canzoni di Sanremo, di Facebook e degli emoticons.

Il risultato è che se in tv vengono usati termini offensivi o umilianti, se a lavoro qualcuno fa un commento omofobo, se un nostro amico disprezza apertamente gli omosessuali, noi non ce ne accorgeremo. E se ce ne accorgeremo faremo spallucce. E magari ci giustificheremo dicendoci che in fondo è una battuta, è un gioco, è solo per divertimento. Peccato però che le vittime non si divertano.
Se mancano di senso dell'umorismo non è mica colpa nostra, no?

Ma io cosa ci posso fare?

Noi non abbiamo spinto giù dal muro quel ragazzo. Non abbiamo pestato a sangue la transessuale o la coppia lesbica. E non possiamo cambiare le leggi. Noi non siamo nessuno. Eppure... Finché pensiamo di non essere nessuno non potremo cambiare niente.

Noi siamo qualcuno.
Magari siamo qualcuno solo per poche persone. Magari siamo qualcuno solo per i nostri figli e i nostri fratelli. Magari siamo qualcuno solo per i vicini. Siamo qualcuno per i clienti con i quali entriamo in contatto ogni giorno. Per i 158.070 "amici" di Facebook, per gli sconosciuti che ci leggono su Twitter, per chi guarda i nostri video su YouTube, per chi ci ascolta mentre parliamo al cellulare sull'autobus o in metropolitana.

Noi siamo qualcuno per gli altri.
E tutti questi altri sono qualcuno per altre persone, e queste persone a loro volta sono qualcuno per altre persone fino ad arrivare al 14enne suicida, fino ad arrivare al ragazzo rannicchiato nella sua stanza che sta pensando di compiere lo stesso gesto.

Il mondo che ci circonda è un po' migliore grazie a noi? Se la cultura delle persone che conosciamo e dei posti in cui viviamo è quella che è dipende anche da noi: ci siamo mai chiesti qual è il nostro contributo? E se finora non abbiamo fatto niente, cosa possiamo fare? 

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