Miti contemporanei: "inventarsi il lavoro"

Dato che manca il lavoro bisogna inventarselo? Ma cosa significa esattamente "inventarsi il lavoro"? Non dare per scontate le frasi fatte può essere utile a formarsi un pensiero sul mondo che ci circonda.

Da un lato ci sono i fatti e i numeri nudi e crudi: disoccupazione, chiusura di aziende e imprese, vie piene di saracinesche abbassate e vetrine vuote, enorme disparità salariale, tasso di povertà, suicidi. Dall'altro lato ci sono le chiacchiere, l'opinionismo seriale e la spocchia.

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È questa la cornice entro la quale si muove la retorica dell'invenzione del lavoro.

Nessuno nega che esistono persone che hanno davvero idee geniali, attitudine al lavoro autonomo e iniziativa imprenditoriale. Ma non tutti hanno queste caratteristiche. Non tutti sono Steve Jobs, Larry Page o qualche altro self-made-man. Gli psicologi sanno che sono necessarie determinate attitudini e determinati valori lavorativi per essere autonomi, creativi e sostenere lo stress legato al rischio.

Partiamo da un numero preciso: i disoccupati in Italia sono 3.293.000 persone. Tre milioni di stupidi? Tre milioni di incapaci? O forse il fenomeno è un po' più complesso? Per me, come diceva Quelo, è la seconda che hai detto.  

Numeri 1 o migliori?

Alcuni si giustificano dicendo che quando dicono "inventatevi il lavoro" lo fanno per incitare a non essere passivi. Una variazione sul tema del "Dacci dentro, ragazzo!". L'Analisi Transazionale avrebbe molte cose interessanti da dire al riguardo.
Chi vi sprona a darci dentro vi nasconde però una semplice verità: Solo uno può essere numero uno. Dover essere il numero uno ha due conseguenze molto spiacevoli:
  1. se arrivi secondo o terzo non sei nessuno;
  2. per arrivare primi devi eliminare i potenziali concorrenti, quindi incita al conflitto.
Io preferisco incitare a dare il meglio di sé. Tutti possono dare il meglio di sé. E il criterio non è eteronormativo ma fondato sulla conoscenza di sé e sullo sviluppo del proprio potenziale. Essere numeri uno, invece, è una meta perfezionistica e spersonalizzante.

Nella maggior parte dei casi, "inventatevi un lavoro" è sinonimo di vergognatevi!, e viene detto a conclusione di una rampogna col ditino alzato che rimprovera questi fannulloni disoccupati che non sono in grado di inventare il lavoro:
«Eh, se ti aspetti di avere un contratto, di essere assunto, di avere il posto fisso stai fresco, bello mio! Sono cambiati i tempi, il mondo del lavoro è diventato complesso - che in altre parole significa: Dacci dentro, perché se ancora non hai un lavoro, se ancora non sei riuscito è solo colpa tua»

Che cosa inventare?

Anche in questo caso, sono assolutamente convinto che bisogna essere "imprenditori di sé stessi" e che bisogna tirarsi su le maniche. Ma, mi chiedo, di quanti lavori nuovi ha bisogno la società? E soprattutto, senza essere troppo ingenui e superficiali, chiediamoci: quante idee sono realizzabili partendo da zero?

Vi sorprenderà, ma la maggior parte delle persone disoccupate non ha famiglie ricche o potenti raccomandazioni alle spalle. "Inventarsi un lavoro" senza avere i soldi per affittare un locale, senza potersi comprare le attrezzature, senza potersi pagare il marketing e senza avere il modo di ammortizzare le perdite inevitabili nel primo periodo in qualsiasi tipo di impresa non è così semplice. Sicuramente è più semplice dire "inventatevi un lavoro".

Il web è pieno di persone che consigliano come inventarsi il lavoro, raggiungere il successo, fare marketing efficace e CEO infallibile. Ma spesso le ricette proposte dai "venditori di marketing" consistono in una serie di strategie per fregare meglio il prossimo e arricchirsi alle sue spalle. Non è il tipo di società nella quale desidero vivere e non sono questi i valori che rendono una vita degna di essere vissuta.

In conclusione

Ci sono mille cose da poter dire su come autopromuoversi. In questo articolo non mi sono voluto occupare di questo ma dell'altra faccia della medaglia.

Come psicologo, credo che se ci sono ostacoli personali che intralciano con il successo lavorativo come ad esempio bassa autostima, un copione di vita fallimentare, una ricorsività nell'autosabotare sistematicamente tutte le occasioni di successo, una fobia sociale, un'incapacità a pianificare e gestire le proprie risorse etc è bene rimboccarsi le mani e cambiare, o da soli o chiedendo aiuto a un professionista. Ma trovo criminale che la società aggravi la depressione e la disperazione dei disoccupati da una parte proponendo standard irraggiungibili o sbagliati che vanificano qualsiasi strategia di coping, dall'altra colpevolizzandoli e innescando l'impotenza appresa.

Ognuno ha le proprie responsabilità: stato, società, individui. Chi è più fortunato vivrà meglio attingendo alla compassione e allo spirito di solidarietà piuttosto che ergendosi a giudice, spargendo veleno e intossicandosi con il veleno della critica.

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