Dieta e psicologia: annotazioni veloci

Gli psicologi che si occupano di dipendenze patologiche sono "Psicologi Dipendenti"? E quelli che si occupano del sonno? Psicologi Assonnati? Un po' di umorismo e alcune brevi annotazioni su psicologia e dieta.


Inauguriamo il tag "notizie" con l'articolo "SANITA. Obesità, psicologi: Problema di natura emotiva".
Sì, è scritto proprio sanita, senza accento. Sì: dopo i due punti c'è la maiuscola. E, se ancora non l'avete letto: no, non parla di psicologi obesi (anche se sarebbe stato interessante).
Ma lasciamo stare l'ortografia e passiamo ad alcune rapide annotazioni.
  • Può sembrare un po' banale dire "se mangi le cose che sai che ti fanno male non è questione di cibo". Ma a quanto pare anche le cose banali vanno ribadite, perché come è scritto giustamente nell'articolo, in campo alimentare «l'intervento si è quasi esclusivamente ridotto alla equazione meno cibo= meno peso».
  • "Non cercare la dieta fuori: la dieta è dentro di te! (...epperò è sbajata! cit Quelo)". Ridurre solo il cibo non basta. È vero. Bisogna anche pensare alla psiche. È vero. Ma non basta. L'Ordine del Lazio commette lo stesso errore che condanna: dieta = cibo. Manca l'attività fisica. L'equazione corretta è motivazione - calorie ingerite - calorie bruciate. Anche se aggiungiamo i fattori psicologi - e, ripeto, si fa benissimo a ribadirli! - non dobbiamo sbuffare considerando l'attività fisica come un implicito. Noi psicologi. diciamocelo onestamente, abbiamo un po' il vizio del Curato di Campagna che parla "alle anime" ("questa parrocchia ha 100mila anime ma a messa vengono 30 corpi"). Psiche senza soma, menti senza corpi. "Più che una seduta di psicoterapia è una seduta spiritica" - ripeto spesso ai miei colleghi scherzando. Se continuiamo a non tenere in considerazione anche la dimensione corporea dei nostri clienti diventeremo degli esorcisti più che dei terapeuti.
  • Già che ci siamo: mi fa troppo ridere leggere che in un Congresso parla "l'Ordine del Lazio". Fosse un comunicato stampa ok, ma è un Congresso! Già me lo immagino tutto il Consiglio che in coro declama l'intervento imparato a memoria, tipo coro di Eschilo. 
  • Peccato che come quasi sempre accade quando si parla di tematiche psicologiche nell'articolo manchi il dato scientifico e la psicologia faccia la solita figura de "L'angolo dei consigli". Tipo Raffaele Morelli: "Dottore che devo fare? Non riesco a dire di no ai dolci!". "Eh signora mia, mangi di meno e impari a dire di no". 
  • Oltre ai numeri dell'obesità sarebbe opportuno dire i numeri del successo clinico: quanti ne guarisce "lo psicologo alimentare"? In quanto tempo? Con quale costo medio per il cliente? Esiste un protocollo standardizzato o ognuno si improvvisa? (temo di conoscere la risposta...). Dire che ci vorrebbe lo psicologo è doveroso e "l'Ordine del Lazio" fa bene a ribadirlo in coro. Ma se perdo peso dopo 7 anni o la probabilità di successo è inferiore al 4% magari non sono molto motivato a rivolgermi allo "psicologo alimentare"... Meglio la pillola Abbuffacal, lo snack Dimagrass , le gocce Chiattonstop o le alghe di Wanna Marchi (d'acordooooooo?).
  • Ma poi, al di là del nome buffo (Psicologi Alimentari, Psicologi Dipendenti, Psicologi Traumatizzati, Psicologi Assonnati...), chi sono di preciso questi "psicologi alimentari"? Chi li forma? Qualcuno li spinge? (spingitori di spingitori di psicoalimentari! un grande ritorno) Sulla base di quali evidenze scientifiche
  • Il problema è che allo stato attuale non esiste una specializzazione ufficiale in "psicologia alimentare". Ma neppure in sessuologia o in psicotraumatologia, emergenza o altro. Di fatto esiste solo la specializzazione in psicoterapia. Una specializzazione generica (che a ben vedere è un ossimoro). L'Ordine del Lazio vuole sponsorizzare una figura che non c'è, anche questo ossimoro è un ossimoro ma lasssali fà, lasssali lavorà, che tte frega, Franza o Spagna basta che se magna! 
  • Annotazione veloce (ma il discorso è cruciale): i Disturbi della condotta alimentare sono patologie. In che modo distinguere dove serve la psicoterapia, dove il sostegno psicologico e dove la psicoeducazione? E se si tratta di educazione alimentare, possiamo noi psicologi arrogarci il ruolo di educatori? È un atto tipico? Con la stessa fermezza con la quale condanno i "pedagogisti clinici" che quando va bene fanno gli psicologi e quando va male (per i clienti) fanno gli psicoterapeuti, invito a considerare attentamente se si sta invadendo il campo lavorativo altrui e se si hanno le competenze necessarie per non improvvisare sulla pelle dei pazienti.
  • Psicologi con una seria formazione in Disturbi del comportamento alimentare ce ne sono parecchi. Il problema è che sono indistinguibili da quelli improvvisati o del tutto impreparati. Che io sappia ad oggi non esistono radiazioni dall'albo per incompetenza (tipo: uno psicologo del lavoro che fa il clinico, uno  psicologo senza formazione di gruppi che conduce gruppi, uno psicologo dell'educazione che si occupa di problemi sessuali, uno psicologo del marketing che fa lo psicologo di coppia...). Intanto perché l'incompetenza è quasi del tutto indimostrabile: come misuri se conosce le tecniche? E quali tecniche? Gli fai un esame? E perché, dato che ha già superato l'EdS che lo abilita a gestire gruppi, coppie, singoli, comunità, riabilitazioni etc.? Per essere incastrato dovrebbero fare gravi danni. Per fortuna al massimo fanno perdere tempo e denaro e risolvono meno di un filtro dalla Maga Tarcisia.
  • Lo Stato e l'Ordine spingono verso questo blob generalistico. Chi si laurea in Psicologia non importa se ha fatto percorsi formativi diversissimi: farà un unico percorso di abilitazione (EdS) e avrà un unico titolo  (psicologo) e, al limite, un'unica specializzazione (psicoterapia). Lascio a voi il paragone con Medicina, Ingegneria etc. 
  • Quando si parla di salute non bastano gli slogan: è necessario dimostrare l'efficacia. Sennò nessuno è disposto a investire, neppure le ASL. E per dimostrare serve un protocollo. Il caso Stamina docet.
Insomma, che serva lo psicologo per gestire i disturbi alimentari a noi psicologi che ci occupiamo di clinica è chiaro da sempre. Alcuni colleghi se ne sono accorti solo ora, pare. La maggior parte dei giornalisti e della gente, invece, non se ne sono ancora accorti.
Meglio tardi che mai, comunque, no?

Commenti

  1. Prima di tutto, complimenti per l'articolo, acuto e brillante. Posso aggiungere un punto personale all'elenco?
    "Stress, noia, rabbia, vuoto, solitudine, abitudine, automatismi, apprendimenti errati, sono queste le 'spinte motivazionali' non biologiche che portano gli individui a mangiare." Come se la rabbia causasse l'obesità: quindi l'intervento in queste aree dovrebbe essere orientato a eliminare la rabbia? O la solitudine? Questa tendenza a chiamare in ballo lo psicologo spiegando che alla base di un disturbo ci sono le emozioni non fa che aumentare la tendenza degli utenti a credere che le emozioni siano qualcosa da estinguere, reprimere, guidare con l'aiuto della ratio...(mi sa che adesso ci scrivo un articolo sopra).
    Una risposta alla tua annotazione veloce: se hai accumulato esperienza nell'ambito alimentare (almeno in quello infantile), hai visto molti casi, magari in strutture ospedaliere, collaborato con specialisti e fatto lunghe ricerche in merito, puoi orientare un caso indicando l'intervento più opportuno (consulenze psicologiche, psicoterapia, educazione alimentare). Ma, d'accordo con te, la necessità di standardizzare una valutazione dell'efficacia resta un nodo critico, per il tema dell'alimentazione così come per la maggior parte degli interventi che si fanno nel campo del sostegno psicologico o della psicoterapia.
    Buon lavoro!
    Emanuela, Psicoterapeuta Esperta di Condotte Alimentari Infantili :-)

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    Risposte
    1. Grazie, Emanuela. Hai centrato un aspetto molto importante: la divisione di emozioni "positive" e "negative" è un vizio che si estende oltre la questione alimentare e che ostacola il processo terapeutico.
      Annotazione all'annotazione sull'annotazione: allo stato attuale, la formazione nelle aree diverse dalla "psicoterapia generalista" è necessariamente fai-da-te. E anche se esistesse una formazione ufficiale, l'esperienza sul campo è comunque necessaria e distingue un professionista competente da uno alle prime armi (anche se quelli alle prime armi pretendono di farsi pagare come quelli che hanno 20 anni di esperienza, ma questo è un altro argomento...).

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