Pazienti che guariscono dopo 2 sedute: le dinamiche del miglioramento miracoloso

Il fenomeno del miglioramento dopo 2/3 sedute di psicoterapia è frequentissimo. Perché avvengono queste guarigioni miracolose? Sono reali? Sono "resistenze"? Scopriamolo insieme.
Succede che i pazienti iniziano a fare una psicoterapia e in tempi rapidissimi affermano di aver risolto tutti i problemi che avevano e di sentirsi molto meglio. Può capitare che il paziente vi dica:
«Da quando vengo in terapia da lei, dottore, sono guarito!»  
Il che sarebbe fantastico se solo non fosse il secondo colloquio. Perché lo fanno? Qualcuno li spinge a negare i problemi iniziali? Spingitori di spingitori di negazione?

Ogni persona è un universo unico e ha una storia unica. È banale sottolinearlo, ma ciò significa che ogni "miglioramento miracoloso" può avere una spiegazione differente e va valutato singolarmente. Noi che facciamo divulgazione, però, siamo costretti a offrire libagioni e sacrifici alla Terribile e Vendicativa divinità Gehner-al-Izzhar, per cui vi dirò quali possono essere le spiegazioni più comuni per la guarigione miracolosa, ma non approfondirò i singoli argomenti.

Il paziente è effettivamente migliorato

Per molti pazienti il fatto stesso di essere passati dalla fase della "contemplation" a quella di "action" è già terapeutico. Essere venuti nel vostro studio per loro ha il valore di un atto simbolico, un po' come per smettere di fumare si butta via il posacenere. Il chiodo allentato fa cadere il quadro in un sol colpo, non ci mette anni. Molti colleghi credono impossibile un cambiamento in 1/2 sedute. È rarissimo, è vero, ma come dico spesso: se un trauma può avvenire in pochi minuti, perché non si dovrebbe poter guarire nello stesso tempo?

"Effetto  Conversione"

Anche in questo secondo caso il cambiamento c'è, è reale. Ma è un po' esagerata. L'effetto conversione consiste nella massimizzazione degli aspetti positivi attuali, accentuazione degli aspetti negativi passati e rappresentazione autobiografica per contrasto. Il paziente, insomma, scambia i germogli col frutto. L'effetto conversione è piuttosto frequente: dopo la prima giornata di jogging mattutino già ci sentiamo in forma, dopo una sessione di pesi in palestra ci vediamo più muscolosi, dopo il primo esame di psicologia ci sentiamo psicologi... :) Chi fa ricerca sull'efficacia della psicoterapia conosce bene questo fenomeno.

Il Sabotatore interiore

Ogni persona che viene in terapia ha due spinte: una che ha portato il paziente a bussare al vostro studio e una che rema contro e cerca di sabotare il desiderio di cambiamento. Lorna Benjamin le definisce il Rosso e il Verde (come nel semaforo: stop e avanti). Negare le difficoltà e mostrarsi "perfetti" è la strategia di sopravvivenza che molti pazienti hanno imparato fin da piccoli ed è normale che cercheranno di ripeterla anche nella relazione con il terapeuta, soprattutto se lo percepiscono rigido o giudicante. È con il Verde che dovete allearvi, fare il contratto e lavorare. Mettervi a fare braccio di ferro con il Rosso non porterà a nulla. Anche perché se cadete nella sua trappola avete già perso: non potete battere uno che gioca nel suo campo e che a quel gioco ci gioca da una vita.

Difendersi dal terapeuta minaccioso

Ad ascoltare, fare domande intelligenti, suscitare emozioni e dare consigli sono buoni tutti, con un po' di addestramento. Anche i counselor. Ciò che contraddistingue il terapeuta è il livello di diagnosi dei processi (non solo l'applicazione dell'etichetta ICD o DSM) e la capacità di formulare un piano globale di trattamento. In base a queste competenze il terapeuta sa non solo quali strumenti e strategie terapeutiche usare con quel paziente, ma anche quando è terapeutico usarli. Una confrontazione, ad esempio, può andare bene in una fase ma essere causa della rottura dell'alleanza in altre. E non per il tono, le parole e il non verbale usati, ma proprio per aver sbagliato la fase.  Può capitare quindi che il paziente neghi le proprie difficoltà perché vi percepisce come una minaccia, perché (senza volerlo) gli state comunicando il messaggio: "Non lamentarti", o "Andremo d'amore e d'accordo solo se non crei problemi" o "Vietato star male". Tutti messaggi appresi nella propria famiglia (dove le cose funziona(va)no secondo questa legge implicita) e messi in atto anche con amici, partner, colleghi etc.

E lo psicologo cosa fa di fronte al miracolo?

Mi rivolgo a quelli di voi che fanno la libera professione, soprattutto a chi esercita da poco: siate onesti con voi stessi. La tentazione di far restare il paziente a tutti i costi c'è, non neghiamola. Alcuni temono di perdere i soldi, altri perché si sentirebbero sconfitti, altri infine si sentono investiti della missione di Salvatore per ogni persona che varchi la loro porta. Ognuno combatte con i propri fantasmi. Ciò che auguro a voi e a me è di valutare il processo che si crea nel paziente e tra il paziente e voi con onestà e in modo etico (l'accanimento terapeutico o la trasformazione del paziente in un porcellino-salvadanaio non rientrano nell'etica).

Cosa fare quando il paziente "guarisce" dopo 2/3 sedute? In ossequio al dio Gehner-al-Izzhar va detto che una prima strategia consiste nell'evitare la sfida e il braccio di ferro e lavorare per la generalizzazione e il consolidamento delle capacità che il paziente sente di aver acquisito (sempre tenendo la porta socchiusa nel caso in cui il Verde voglia confidarci qualcosa che prima non si sentiva di dirci).

Molti psicologi reagiscono alla "guarigione miracolosa" con fastidio, come se il paziente voglia fare un dispetto a loro o abbia cattiva volontànon voglia essere collaborativo. Se avete questa tendenza ad agitare il ditino davanti ai pazienti come una maestrina zitella, prima di chiedervi come agire per trasformare la "guarigione miracolosa" in opportunità terapeutica sarà bene che rintracciate lo Spingitore di Spingitori di Maestrine che è dentro voi e ci dialoghiate: chissà che non decida di cambiare mestiere?

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