Fame di struttura e desiderio di relazione (Time structure hunger and relationship hunger)

Il nostro percorso di vita è in bilico tra il desiderio di essere unici e quello di appartenere. Dal risultato di queste forze dipende il nostro senso di sicurezza legato alla prevedibilità del mondo.
Time structure hunger and relationship hunger
Non ci sono al mondo due individui con le stesse impronte digitali, lo stesso DNA, la stessa storia. Siamo diversi e ne siamo fieri, vogliamo essere unici, perché è questo che ci fa essere "noi stessi".

Una delle funzioni principali del Sistema Nervoso umano è il mantenimento della sensazione di prevedibilità, perché per sopravvivere il nostro organismo ha bisogno di concepire il mondo come un luogo sicuro. A partire dal mondo interiore: è incredibile come le diverse esperienze, i tantissimi ricordi, i "molto Sé" che ci portiamo dentro confluiscano in una sensazione unitaria e in una narrazione fluida e coerente. Se così non fosse "andremmo in frantumi" - come succede nelle patologie psichiche che comportano sempre, a diversa intensità, una quota di disintegrazione.

In altre parole, abbiamo "fame di struttura" (structure hunger - Eric Berne) o, sotto un diverso punto di vista, bisogno di senso (need for purpose in life - Frankl). Ogni giorno raccogliamo le nostre memorie come pezzi di un puzzle, le organizziamo in una struttura dotato di senso e diciamo: «IO», distinguendoci dagli altri.

La diversità però fa paura. Pensiamo ai gruppi culturali minoritari (portoricani, neri, omosessuali, ebrei, fan di SpongeBob...) e al minority stress, un trauma cumulativo provocato dalla costante pressione sociale all'omologazione. Ma perché la società cerca di annullare l'unicità? Perché la diversità mette in crisi le nostre certezze. Ci fa veder che sono possibili altri modi di vivere, altri modi di pensare, altri modi di vestire, altri modi di accudire la prole, altri modi di cucinare (l'ottimo saggio antropologico "Il crudo e il cotto" di Lévi-Strauss), altri dèi da pregare, altre cantanti pop da osannare.

Fin da bambini impariamo a nostre spese che essere "noi stessi" comporta una quota di esclusione: esclusione dal gruppo ed esclusione dall'affetto.
«Se non fai il bravo (cioè se non sei come ti diciamo noi) papà si arrabbia. Se non mangi tutto (cioè se dai priorità ai miei desideri e non al tuo senso di sazietà) la mamma non ti vuole più bene».
Il bisogno di appartenenza è un altro dei bisogni primari della nostra specie. Siamo esseri sociali. Scimmie nude. Vinciamo solo se facciamo gruppo (relationship hunger - fame di relazione). Senza la stimolazione fisica e psicologica il bambino non sopravvive. Ci sono ormai centinaia di evidenze scientifiche su quanto sia determinante il rispecchiamento emotivo e il contatto fisico, pelle a pelle, con i caregivers.
Il bambino è disposto a qualsiasi cosa pur di avere l'affetto di cui ha fame. Anche a rinunciare a parte della propria unicità.
L'omologazione ha in parte un vantaggio evolutivo perché consente lo scambio e il ritrovarsi su un "terreno comune". Dall'altra spesso diventa un ostacolo all'individuazione e alla felicità. Verso quale dei due poli siamo sbilanciati dipende dal tipo di paure che abbiamo e dalla nostra storia di vita. Alcuni fuggono la relazione per paura di dissolversi in un "tutto fusionale"; altri sono terrorizzati dall'essere sé stessi perché si sentirebbero esclusi dall'esistenza.

L'equilibrio tra queste due forze non è semplice, ma per ristabilire il senso di sicurezza e giungere a una narrazione ricca e serena è necessario trovare un punto di equilibrio. Magari gettando via qualche vecchio peso che ci sbilancia.