Sono tuttologo e me ne vanto

Oggi tutti sono medici, psicologi, avvocati e ingegneri. Sanno tutto di tutto. Anzi, ne sanno più di te che ci lavori. Questa, in sintesi, la riflessione che +MedBunker ha fatto ieri su Facebook. 
È tutta colpa di Pico De' Paperis.
Di qualunque argomento si parlasse - dalla produzione del Filu e' ferru di Abbadrodduganasevidi all'estinzione del Tapirolongo Tartufato amazzonico - lui conosceva tutto, aveva preso una laurea su tutto poteva improvvisare una conferenze al riguardo. È lui il prototipo del tuttologo. Vista l'inutilità delle lauree di Pico, le nuove generazioni di tuttologi hanno imparato a sberleffare le lauree e i master e si autoproclamano esperti grazie agli studi approfonditi fatti su Google e i paginoni centrali di Chi.

Avere pari dignità significa che siamo tutti uguali?

In quanto esseri umani siamo tutti uguali e abbiamo pari dignità e valore. Le differenze di sesso, religione, ceto, razza o cultura esistono, ma non significano che uno è meglio dell'altro. Diverso significa diverso, non "peggiore".

Uno pneumomartellista non è un direttore d'orchestra. Totti non è la Pausini. Einstein non è Cimabue. Ognuno ha le proprie competenze. La psicologia da anni parla di "intelligenze multiple" e al di là dell'intelligenza esistono tratti e stili di personalità differenti. Si è competenti in alcuni e deficienti in altri. Se sei convinto di essere competente in tutto si chiama "disturbo narcisistico di personalità" o "delirio di onnipotenza". Come dice MedBunker alla fine del post: ma perché dobbiamo essere per forza tutti uguali?

Analfabetismo di ritorno

Un tempo "operai" e "scienziati" erano due mondi incomunicabili perché non avevano pari opportunità. Nascevi tra i campi, vivevi tra i campi e morivi tra i campi come tuo padre tuo nonno e il nonno di tuo nonno. Se invece eri nobile il tuo cognome ti faceva da passepartout a vita. La scuola dell'obbligo e la facilità di accesso alla cultura (biblioteche, giornali, tv, internet) fanno sì che le differenze siano moto più sfumate e ci rendono mediamente più colti.

Eppure non siamo più colti. Le ricerche di Serianni e degli istituti di linguistica parlano di un analfabetismo di ritorno. È diverso da quello dell'800: tutti ormai sanno leggere, ma molti non capiscono il significato di ciò che leggono. Le ultime generazioni, inoltre, hanno un vocabolario ristrettissimo (e ciò spiega il massiccio ricorso a termini inglesi, anche quelli però poco compresi e utilizzati male, come spiegano i libri di Severgnini). Ed è inutile spiegare cosa succede quando non si hanno parole per esprimersi (se non hai parole passi alle mani o al coltello).

Oggi non conoscere il significato di una parola o di un concetto è in gran parte responsabilità personale: bastano 3 ditate sullo schermo per informarsi. Meno di quelle che servono per giocare a Ruzzle o commentare la foto di Belen a Miami.

Cattiva maestra televisione

Una grossa fetta di responsabilità del fatto che "la gente non vuole più sapere niente ma pretende di sapere tutto" è dovuta alla alla TV. La tv ha inventato "l'opinionista", ha inventato "il salotto" in cui quando si parla di Morbo di Parkinson o di Schizofrenia viene chiesta l'opinione a un comico, a una prostituta, a uno che parla con gli gnomi, a Paolo Brosio e a Valeria Marini. Talvolta anche a un neurologo o a uno psicologo.

Un po' come nel calcio: sono tutti esperti, tutti CT, tutti strateghi e il tutto si basa su un'appartenenza faziosa per antonomasia (il fatto che io tifo tifo una squadra non fa sì che sia la migliore, che è invece l'assioma su cui si fonda la fede incrollabile di ogni tifoso). La televisione  ha amplificato e sdoganato la figura dell'opinionista perché nel momento stesso in cui metti persone diverse nello stesso contenitore le fai diventare uguali.

Cattivo professor Internet

Il Web ha gettato la briscola di bastoni su questo terreno culturale. Internet livella tutto: i siti appaiono tutti ugualmente autorevoli, che si tratti di Dagospia o del sito ufficiale dell'OMS. Essendoci tantissimi siti  ("Se tutti parlano chi ascolta?") l'opinione di un 15enne ripetente vale quanto quella di Rubbia. Speso anzi vale di più, perché chi sa pubblicizzarsi meglio ha più popolarità e più "share". E in genere chi è "serio", chi non sa rispondere "con un tweet", chi non insulta e non ipersemplifica è visto come perdente.

Anche nel web il virus del marketing ha infettato tutto e l'ha trasformato tutto in merce. Ma con una "aggravante" ulteriore: nel web chiunque può aprire la sua pagina e dire la sua. Il profilo Facebook di Gennarino 'o scippatore è perfettamente equivalente a quello di Milena Gabanelli.

Incomma, a Pico De Paperis preferisco Paperinik, che anche se di notte riveste i panni di un supereroe e sa fare molto bene il suo mestiere, non si improvvisa meccanico ed inventore ma per queste cose si rivolge al fidato Archimede Pitagorico.



Per chi non ha Facebook, ho trascritto qui sotto il testo della nota pubblicata su Facebook da MedBunker. Essendo costituita di più di 120 caratteri e senza nemmeno una faccina l'avranno letta in pochissimi. Peccato, non sanno quello che si stanno perdendo.
La gente non vuole più sapere niente ma pretende di sapere tuttoQuesta è una nota di riflessioni, piena di domande. Forse perché soluzioni non ne ho, ma in qualche anno di divulgazione ho cambiato il mio modo di vedere la società che mi circonda. Ognuno di noi ha una percezione probabilmente sbagliata di chi ha attorno, questo perché frequentiamo ambienti di persone simili a noi, che hanno un livello sociale come il nostro e che probabilmente la pensano come noi.

L'ultimo post che ho pubblicato (quello sulla vitamina K) ha ribadito un concetto ormai dibattuto da tempo. La divulgazione scientifica, che dovrebbe essere un servizio per tutti, soprattutto per chi non ha cultura scientifica o per chi ha altri tipi di formazione, è difficile. Se è vero che la divulgazione è rivolta soprattutto a chi è ignorante di scienza, c'è chi sostiene che in realtà chi non ha le basi non otterrà niente dalle spiegazioni e dal tentativo di rendere comprensibile la scienza. Sembra quasi che oggi non ci sia più la volontà di apprendere, di capire, di crescere. L'ignorante (devo ribadire che "ignorante" non è un insulto?) tende a restare tale perché così sta bene, il colto (che è colui che ha studiato, non per forza a scuola) ha già le sue conoscenze e non otterrà grandi benefici dalla semplificazione della scienza.

Se un divulgatore spiega perché vaccinarsi sia conveniente e dall'altra parte decine di incompetenti (=che non hanno competenza nell'argomento) vorranno la loro ragione nel sostenere il contrario, sembra quasi una battaglia persa. Se un medico spiega una procedura medica e legge un commerciante (o un ragioniere, per dire, una persona che fa un lavoro diverso) che la smentisce e che propone la sua soluzione per una cosa che mai ha visto e mai vedrà, sembra quasi che si parli a vanvera.

Così si tende a rendere tutto inutile, a vanificare ogni sforzo. Il colto è e resterà tale, l'ignorante anche e vivranno su due piani diversi, su due linee parallele che non si incontreranno mai, esattamente quello che succedeva due secoli fa, quando lo scienziato era un pensatore chiuso nel suo laboratorio, l'operaio un manovale senza nessun interesse al pensare ed all'essere cosciente del mondo che lo circondava. Perché un ignorante di meccanica non andrà mai in officina a dire al proprio meccanico di avere scoperto uno sterzo alternativo che funziona meglio di quello "normale?". Non è gratificante apprendere concetti di ingegneria da un ingegnere, medicina da un medico, giurisprudenza da un avvocato e culinaria da un cuoco? Perché "per forza" tutti devono sapere tutto? Non è possibile, non lo sarà mai: io ho studiato medicina, non potrò mai conoscere la giurisprudenza come un avvocato...è talmente chiaro da essere banale da dire.

Ma allora perché tutti si sentono in diritto di dire la propria su argomenti delicati, complicati, difficili da comprendere? Seguendo il post sulla vit. K, ho letto una tale mole di assurdità che ho rinunciato anche a ribatterle una per una, sarebbe stato un lavoro immane (e forse inutile) e chi smentiva (da una parte o dall'altra) era riempito di insulti: deficiente, imbecille, idiota...ma non è più normale che si parli solo se si conosce un argomento? Non è "regolare" che si dica la propria solo quando si sa di cosa si sta parlando?
Perché oggi tutti sono medici, avvocati, ingegneri ed hanno la loro soluzione fatta in casa e formatasi su Google e You Tube?
Quando ci lamentiamo di politici incompetenti e governanti idioti, pensiamo al fatto che ognuno di noi, nel suo piccolo, fa le stesse identiche cose? Si occupa di quello di cui non conosce nemmeno le basi?
Sarà per questo che SuperQuark è un programma d'elite mentre "Uomini e donne" è seguitissimo? Non sarebbe più costruttivo per tutti e più giusto che si aprisse bocca solo per aggiungere conoscenza e non quando non si ha nessuna conoscenza?

È semplicemente il normale quadro della società (che non può essere totalmente "colta" e che ha bisogno sia dei pensatori che dei manovali) o tutto questo serve a qualcuno che trae vantaggio dall'ignoranza generale?

Qui un articolo che analizza la situazione. http://www.linkiesta.it/blogs/parlare-con-i-limoni/superquark-e-la-fiducia-nell-uomo-che-oggi-non-esiste-piu