Lo sconto è un attentato alla professione?

Chiedere uno sconto per le sedute di sostegno psicologico o di psicoterapia: è una svalutazione della professione o una richiesta legittima?

Trovo l’idea per questo articolo da un post di +Christian Giordano su una pagina FB per psicologi. Con la solita ironia dichiarava che si è psicologi se almeno una volta una paziente ci ha chiesto uno sconto per la terapia dopo aver tirato fuori un fiammante iPhone da una borsa firmata da millemila euro.

Sotto, nei commenti, si è scatenato l’inferno con affermazioni di ogni tipo, da «Dovremmo interrogarci sul perché epistemiologico e catecontico della domanda come assurzione ed epifania del sintomo…» a «Voglio proprio vedere se ad un medico lo avrebbero chiesto (Uéééé-UUUéééééé)», fino a discutere serissimamente di prassi cliniche adeguate a fronteggiare il chiaro disadattamento psichiatrico di una persona portatrice di questa infame richiesta. Franti, l’infame che sorrise.

Io, che psicoterapeuta non sono, e che quindi non associo emotivamente alla domanda di sconto un’idea svalutativa della professione mi chiedo:
Perché la domanda non può essere semplicemente quello che è? È tanto inconcepibile che una persona chieda se su un percorso lungo e oneroso ci sia la possibilità di risparmiare qualcosa?
Lavorando frequentemente si possono spendere in scioltezza 2800€ l’anno stando su una cifra abbastanza verosimile. Tu puoi avere anche un’idea di utilità spaziale della terapia, ma tirare fuori quella cifra è un problema per la stragrande maggioranza degli italiani.

E poi, noi psicologi non siamo i primi a indignarci ad alti lai per l’esorbitante costo della nostra formazione continua, delle scuole di psicoterapia, delle supervisioni?
Giuro che non capisco perché noi siamo da compatire e gli altri no.

Persino in campo medico si sono attrezzati per rispondere meglio alle richieste di minor impatto economico con studi dentistici associati dove la stessa attrezzatura è usata da più professionisti o con studi associati dove liberi professionisti condividono i costi di gestione. La sanità privata prospera. Sarà solo perché gli utenti non ci capiscono che noi arranchiamo? È utile mettersi nella posizione delle vittime che, pur offrendo un magnifico servizio, non sono comprese dalla plebe?

Credo potrebbe essere utile cominciare a ragionare di accessibilità ai servizi psicologici senza pregiudizi e con una logica collaborativa fra professionisti. In medicina funziona perché ognuno ha la sua specializzazione, la sua nicchia di utenti: se sono ginecologo, mi trovo un neurologo, un andrologo e una fisioterapista e avvio uno studio senza competizione o sovrapposizioni e anzi con reciproci invii.

Da noi non funziona, perché siamo differenziati per scuole di pensiero più che per specialità... Spesso condividiamo le stanze degli studi ma non in una logica di marketing collaborativo e fecondo gli uni per gli altri. Questo credo faccia parte di un percorso di cambiamento della professione, sempre più urgente.

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