La bibliografia dei manuali di grafologia


Analogie casalinghe e struttura a cabala. Questi erano erano gli aspetti che vi ho suggerito di osservare nell'articolo Le 100mila edizioni del «Dimmi come scrivi e ti dirò chi sei»

Per capire se il libro che avete in mano è un testo scientifico (o quantomeno serio) credo che niente sia più efficace che valutare le citazionila bibliografia. Nessuno studioso, per quanto originale e geniale, parte da zero. Ciò che scrive si basa in buona parte sul lavoro di altri studiosi. Questo è vero soprattutto nei testi scientifici, in cui le ricerche nuove si basano sui risultati di altre ricerche contemporanee o passate.

Le note di un testo scientifico non sono un "omaggio" ad altri autori, un po' come quando si cita un verso di Neruda, una terzina di Dante o una battuta di Stefano Benni. Nei testi scientifici le note indicano al lettore che l'affermazione che l'autore fa si basa su dati dimostrati da qualcun altro. Nei libri divulgativi la bibliografia è fatta di "testi consigliati", mentre in un testo scientifico contiene i riferimenti estesi degli articoli o volumi citati nel testo, in modo che chi vuole andare a verificare ha tutte le coordinate per farlo.

In base alla mia esperienza, potremmo suddividere di testi di grafologia in tre tipologie:
  1. testi con bibliografia scientifica: sono pochissimi e spesso, purtroppo, datati;
  2. testi con bibliografia assente: sembra incredibile, ma molti libri di grafologia non hanno apparato scientifico (note e bibliografia). E non parlo di testi divulgativi ma di manuali di almeno 150-300 pagine!
  3. testi con bibliografia superflua: in questa tipologia rientra la maggior parte dei manuali di grafologia. Spesso nel testo le citazioni sono quasi assenti, mentre in fondo al volume si trovano alcune pagine di bibliografia che però non hanno alcun valore scientifico. Ho visto testi in cui venivano elencati in bibliografia Il Piccolo Principe, il Dizionario Devoto-Oli, dei libriciattoli di psicologia popolare e un paio di libri di poesie. Mancavano solo "Donna moderna" e "Novella 2000"!
L'aspetto più problematico dei manuali di grafologia è il fatto che le citazioni si concentrano nella sezione iniziale in cui si discute di principi generali ma sono del tutto assenti nella sezione relativa all'interpretazione psicologica dei segni. Ad esempio, quando si afferma che il segno "Intozzata I tipo" indica capacità assertiva o forza fisica non viene detto in base a quali ricerche venga fatta questa affermazione. Per molti grafologi basta che l'abbia scritto "Il Maestro" (rigorosamente e religiosamente in maiuscolo).

Sempre parlando di bibliografia scientifica, una cosa che mi ha sempre sorpreso è che i grafologi non si citano neppure tra loro. È come se ogni volta reinventassero la ruota.

Come mai vengono del tutto ignorate le pubblicazioni di grafologi contemporanei?

«Perché di ricerche in campo grafologico non ce ne sono», potrebbe dire qualcuno. No, non è vero. Sono poche, ma ci sono. E proprio perché sono poche è incredibile che gli autori di questi manuali le ignorino sistematicamente. Considerate che solo in Italia esistono almeno 15 riviste di grafologia e ogni anno vengono pubblicate decine di testi!

Non occorre abbracciare l'epistemologia positivista per comprendere che la scienza si fonda sulla stratificazione del sapere. Anche i cambiamenti di paradigma  di cui parla Kuhn presuppongono una conoscenza condivisa e corroborata, non fosse altro che per falsificarla (Popper). Come diceva
Bernardo di Chartres: siamo nani sulle spalle dei giganti. Se, cioè, la scienza contemporanea vede più lontano è grazie a ciò che altri ricercatori prima di noi hanno scoperto. Albert Einstein, ad esempio, ha rivoluzionato la fisica classica, ma non sarebbe stato possibile se prima non l'avesse conosciuta e studiata.

In grafologia invece si ricomincia ogni volta da Adamo ed Eva. O, meglio, si ricomincia dal Medio Evo, prima del metodo galileiano, quando la scienza di basava sul principio di autorità. Non solo non vengono fatti nuovi studi correlazionali tra caratteristiche psicologiche e gesti grafici (curva, larghezze, ordine, pressione etc.) ma non vengono citati neppure i pochi studi esistenti. Molti sono datati e poco attendibili, ma secondo me sono meglio di niente. I grafologi contemporanei invece pensano che sia meglio niente, invece. E si limitano a ripetere che "La scrittura discendente è indice di Depressione, è così perché e così, perché l'ha scritto Il Maestro. Punto e basta".

Capite facilmente che se le uniche fonti citate sono Marchesan, Crepieux, Moretti, Klages etc. - cioè tutti autori di fine '800 - prima metà del '900 - il valore di simili testi è abbastanza dubbio. Ed è uno spreco, perché il lavoro di altri studiosi - studiosi che, in grafologia come spesso anche in psicologia, fanno tutto gratuitamente e spendendo tempo ed energie personali per pura passione - non viene valorizzato.

In conclusione

Una buona bibliografia non si valuta in base al numero di fonti citate, anche perché uno potrebbe riempire pagine e pagine con citazioni di "Donna Moderna" o dei romanzi Harmony ma questo  non fa diventare il testo scientifico.  È la qualità dei testi citati che fa la differenza. Ed è proprio di questo che parleremo nel prossimo articolo dedicato alla grafologia.

(PS. Come avrete notato, quest'anno ho deciso di concatenare gli articoli di grafologia con un finale a cliffhanger. Simpatico, no?)
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