Selfie, Like, Tweet e la legione di imbecilli

Cultura dello slogan, autoreferenzialità e suggestionabilità emotiva tra paura del diverso e illusione dell'uguaglianza.

Umberto Eco parla di social e la stampa prevedibilmente titola solo sulla "legione di imbecilli", cioè sulla frase ad effetto che crea polemica e fa cliccare mi piace, retweettare o, secondo uno dei vizi contemporanei più diffusi, commentare il titolo senza leggere l'articolo.
Un po' come quel tizio che leggendo la copertina de Il Deserto dei Tartari esclamò: "Ma guarda questo stupido che ha scritto un libro sui denti cariati...".
  • Il messaggio centrale di Eco è che per contrastare un dato di fatto incontrovertibile, cioè che i social livellano premi nobel e ignoranti, madriteresedicalcutta e deliquenti tutti sullo stesso piano, oggi è necessario che:
  • i giornalisti evitino la pesca a strascico nel web tirando su e servendo nello stesso piatto branzini, spigole, orate, scarponi e bottiglie di plastica. Non bastava l'imbarbarimento dei quotidiani, con errori grammaticali e ortografici e stile colloquiale da stadio. Negli ultimi anni i giornalisti di fatto costruiscono gli articoli copiando a piene mani da internet, e chissenefrega che il contenuto non è verificato o è palesemente falso. 
  • la scuola doti di strumenti critici gli alunni in modo che sappiano discernere tra notizie attendibili e false. «Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai ragazzi come filtrare le informazioni di Internet. Anche i professori sono neofiti di fronte a questo strumento».
La nostra società è iconizzata nella triade Tweet - Like - Selfie. E cioè: cultura dello slogan, approccio emotivo e autorefernzialità.

La complessità del mondo, delle relazioni, dell'arte, della bellezza va detto in 140 caratteri, uno slogan, un tweet. Anzi sono meno di 140 perché ci sono gli hashtag. Tanto l'importante è che la notizia like/dislike, che mi prenda di pancia, che riesca ad attrarre l'attenzione tra i milioni di stimoli che mi vengono gettati in faccia ogni minuto sui social. E, come quando ci si avvicina con la barca ad una cascata: più è il rumore di fondo più è necessario urlare.
E infine i selfie. Lo specchio portatile. Il nostro ego moltiplicato all'infinito, che campeggia ovunque e si para davanti all'obiettivo impedendoci di vedere cosa c'è dietro.

Molti si sono scandalizzati perché Eco parla di "imbecilli" o di "scemi del villaggio". La società non sopporta le differenze. Meno che mai sopporta che si possa dire che ci sono persone colte e persone sciocche, persone istruite e persone ignoranti, persone intelligenti e persone ottuse.
No, siamo tutti uguali. Dobbiamo essere tutti uguali.
Si confonde la pari dignità con la parità a 360°. Una donna è pari in dignità ad un uomo ma non è per niente uguale ad un uomo (se pensate che lo sia, l'indirizzo del mio studio di psicoterapia lo trovate nel mio profilo).

La società ha paura delle differenze e tende all'evangelizzazione, ad uniformare, ad appiattire. Perché? Perché ha paura del confronto.

Mi spiego: dire che uno è colto e l'altro ignorante è fare una affermazione relazionale, perché presuppone un punto di paragone in cui uno è "più" o "meglio" e l'altro è "meno" o "peggio". L'essere più o meno non è una proprietà dell'oggetto in sé ma della relazione tra gli oggetti: non esiste una mela più rossa in assoluto ma sempre in relazione ad un'altra. Lo stesso vale per l'essere più intelligenti o più istruiti o più imbecilli: è sempre in relazione a qualcuno che lo è di meno. 

Le persone però esternamente rifiutano l'idea di differenze qualitative perché hanno timore di essere classificati tra quelli che sono "meno". E in effetti, rispetto ad alcuni sarà "meno", e rispetto ad altri sarà "più", rispetto ad alcune cose sarà meno e rispetto ad altre sarà più. Vi piaccia o no le cose stanno così. Per tutti.
  • Un primo errore è la generalizzazione narcisista: non esiste chi è "più" rispetto a tutti e in tutto.
  • Un altro è l'errore di attribuzione etica. Il giudizio etico può essere dato solo in base alle scelte. Per un bambino africano povero non è una scelta non avere istruzione. Resta il dato oggettivo che è ignorante, inutile trovare giri di parole ipocriti come "diversamente istruito". Ma l'ignoranza non è una colpa in sé. E soprattutto non ci autorizza a calpestare la sua dignità e i suoi diritti, cosa che invece spesso viene fatta.  
In termini psicologi si parla di personalità, di tratti e di Psicologia delle differenze individuali. Ognuno di noi è come un bouquet: in uno ci sono più gigli, in un altro più rose, in un altro neanche un giglio ma molte margherite. Ogni persona ha percentuali differenti di ogni caratteristica: statura, intelligenza, bellezza, affabilità, fascino etc. La composizione e la percentuale di queste caratteristiche fa l'individualità, cioè fa di ognuno di noi ciò che siamo.
E ciò che noi siamo non rimane immutabile nel tempo: ad esempio, non si è destinati a rimanere ignoranti: si può leggere, informarsi, confrontarsi e cambiare la percentuale. Lo stesso vale per l'affabilità: anche se per la propria storia si è antipatici e ostili come le scolopendre, si può imparare ad essere amabili. In buona misura, insomma, si è responsabili di ciò che si è e di ciò che vuole diventare.

La maggior parte della gente da una parte rifiuta la diversità perché ha paura di risultare "meno" nel confronto, coltivando l'illusione infantile che si possa essere "più" in tutti i confronti e rispetto a tutti. Ma allo stesso tempo, proprio perché non esplicitano questo pensiero irrazionale e non lo elaborano, rimangono convinte che il loro modo di pensare e di vedere il mondo sia l'unico giusto e ammissibile

→ A questo punto si potrebbe parlare dei tanti tipi di diversità che la società cerca di livellare obbligatoriamente, ma ci porterebbe fuori tema.

In sintesi

Tutti hanno diritto di parola, ma non tutti la esercitano in modo costruttivo, intelligente e cooperativo. La società contemporanea, iconizzata nella triade Tweet - Selfie - Like, tende a livellare le individualità annullando le diversità ed appiattisce l'attività psichica in ipersemplificazione, autoreferenzialità e suggestionabilità emotiva.
Concordo con Eco: la scuola, i giornali e gli organismi statali dovrebbero contrastare l'imbarbarimento intellettuale e linguistico dotando i cittadini di strumenti critici per discernere i contenuti attendibili nel flusso di informazioni magmatico del web. Magari potrebbero iniziare insegnandogli il significato delle parole "imbarbarimento", discernere", "magmatico" e "iconizzata". 
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